Finché morte non ci separi 2 è un film del 2026 di genere commedia, horror, azione, diretto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, con Samara Weaving, Kathryn Newton e Sarah Michelle Gellar. Il secondo capitolo di Finché morte non ci separi si presenta più sanguinolento, più disarmante e più disturbante che mai.
Le protagoniste, due sorelle che si ritrovano dopo sette anni (in cui non si sono più viste né sentite), affrontano con coraggio da vendere una potente famiglia di servitori di Satana, il cui obiettivo primario è quello di impossessarsi di un anello che detiene il potere supremo. Ma per far sì che ciò accada, le due sorelle devono morire per mano di uno dei componenti della famiglia.
La trama è molto simile al primo capitolo, di più c’è il rapporto contrastato tra le protagoniste e il famigerato anello del potere. Obiettivo che ricorda adeguatamente Il Signore degli Anelli, romanzo in cui Tolkien ci ha narrato molto bene questa lotta per detenere il potere. Non a caso lo cito perché, ironia della sorte, il sacerdote nero del film è interpretato proprio da Elijah Wood (l’epico Frodo Beggins). E non è l’ unica citazione del film, è facile leggere nella trama un riferimento sfacciato a Kill Bill 1 e 2. La protagonista è una Uma Thurman dei giorni nostri e, per certi versi, ricorda anche Nicole Kidman per le sue fattezze e ricorda molto anche la Margot Robbie del film “Barbie“. Ciliegina sulla torta il cameo di David Cronenberg allettato.
La regia è degna di un action movie dai toni splatter, la sceneggiatura è incalzante e le inquadrature non lasciano spazio all’immaginazione. Tutto è confezionato per bene, come se fosse un pacchetto regalo. L’ironia è sottile, ma quando arrivano le scene di pura violenza c’è poco da farsi delle grasse risate. La scenografia passa dai colori accesi del cortile a quelli più tenebrosi degli interni della villa.
Il film pone l’attenzione sui giochi di potere societari in cui a dominare è il male. Un male che goffamente cerca di vincere sul “bene”, su due dolci fanciulle giovani e apparentemente indifese che rappresentano lo stereotipo della bellezza americana, molto simili a delle bambole Barbie. Finché morte non ci separi sembra quasi prendersi gioco di questo stereotipo, anzi, lo distrugge totalmente. Innanzitutto al posto del colore rosa dominante nella fotografia abbiamo un rosso sangue vivo. Poi abbiamo la sposa intrisa di sangue con le scarpe da ginnastica ai piedi, in contrapposizione alla Barbie che porta rigorosamente i tacchi a spillo. La Barbie è precisa, nobile e pulita. Le bionde del film sono, al contrario, distratte, squattrinate e soprattutto sporche.
Sicuramente il primo capitolo mostra un’originalità dello script che il secondo non possiede, ma quest’ultimo promette tanto divertimento e un pizzico di adrenalina che sinceramente non guasta. Ottime le due attrici, che si calano perfettamente nella parte. Il “padron Frodo” ha la stessa espressione della saga di Tolkien e questa cosa fa molto ridere da una parte, ma anche piangere dall’altra.







