Dopo qualche anno di assenza, Pif torna dietro e davanti la macchina da presa con “…che Dio perdona a tutti”, tratto dal suo omonimo best seller uscito nel 2018.
Con la sua immancabile voce narrante, l’atteggiamento dimesso ma risoluto, l’ormai inconfondibile personaggio di Pif in questa storia si chiama Arturo, un agente immobiliare palermitano di successo ma senza entusiasmo per il suo lavoro. Il suo unico, grande amore sono i dolci, in particolare quelli siciliani, che riprende e descrive con passione sui suoi canali social.
Almeno finché non incontra Flora (Giusy Buscemi) pasticciera figlia d’arte con la voglia di rivoluzionare la tradizione dolciaria locale. Tra i due è amore a prima vista, e tutto sembra andare per il meglio, c’è solo un problema: Flora è profondamente cristiana, mentre Arturo non mette piede in una chiesa da quarant’anni.
Da commedia degli equivoci il film vira su toni paradossali man mano che Arturo inizia ad appassionarsi al vangelo, soprattutto dopo che, a seguito di un picco glicemico, Papa Francesco (Carlos Hipòlito) appare nel suo salotto. Da quel momento Arturo si convince e tenta di diventare un vero cristiano. Anche troppo.
“…Che Dio perdona a tutti” è un film che ha il grande pregio di far ridere, soprattutto nella prima parte senza risparmiare critiche agli automatismi di chi si professa cristiano senza applicare i dettami del cristianesimo nella vita di tutti i giorni, o almeno provarci.
Al centro c’è la vita in Sicilia, nello specifico a Palermo, con un’attenzione particolare, dato il mestiere svolto dal protagonista, agli interni: appartamenti, negozi, chiese. Senza però tralasciare un campo da calcetto dalla vista mozzafiato a strapiombo sul mare. Un film piacevole da guardare sotto vari aspetti, con una regia che sottolinea gli aspetti più comici e dolci (in tutti i sensi) della vicenda che racconta. Ci si trova davanti a un film per tanti aspetti classico, senza colpi di scena troppo spinti o la pretesa di sconvolgere lo spettatore.
Qualche leggerezza nel trattare tematiche come l’immigrazione, liquidata come semplice capriccio del protagonista in crisi mistica, che accoglie in casa un ragazzo nero che non spiccica una parola, messo in scena solo per strappare qualche risata piuttosto facile. Sembra che alcune linee narrative siano semplici parti utili a far funzionare il meccanismo della storia. Che effettivamente funziona, nonostante il cambio di passo da commedia degli equivoci a commedia del paradosso che ne rallenta il ritmo, eppure il film sembra focalizzarsi più sul messaggio che vuole trasmettere che sull’originalità dell’intreccio.
Dopo un anno giubilare decisamente fuori dalla norma, durante il quale un altro film a tema religioso ha pesantemente influito sul botteghino italiano (per chi avesse bisogno di una rinfrescata alla memoria, stiamo parlando di “Buen Camino”), Pif ne tira le somme ma sembra quasi fuori tempo massimo, forse perché è presto per mettere al centro della narrazione Papa Francesco, venuto a mancare troppo di recente per essere ricordato con vera e propria nostalgia ma da troppo tempo per essere un tributo alla sua dipartita.
In un certo senso però l’ultima fatica filmica di Pif può essere considerata un inno a un cristianesimo che rischia di sparire con Francesco, che non fa della “tradizione” continuamente sbandierata il suo caposaldo, ma vede nell’umanità e nel progresso la sua vera forza, contrappone il perdono al senso di colpa, la gioia del lasciar andare ciò che non è importante alla voglia di essere il cristiano perfetto. Che sia fuori tempo massimo o un invito a non dimenticare cosa il cristianesimo può essere, vale la pena aspettare che siano gli spettatori a stabilirlo.







