Vie Privée, della regista francese Rebecca Zlotowski, è uno psicodramma in salsa detective movie presentato al Festival di Cannes 2025 ed alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma. L’opera vanta la presenza di due attori del calibro di Jodie Foster e Daniel Auteuil e di una sceneggiatura non proprio di ferro.
Vita privata: la trama
Di cosa parla il film? Lilian Steiner, una psicanalista americana trasferitasi in Francia e con tanti anni di praticantato alle spalle, riceve una notizia sconvolgente: una sua paziente (interpretata da Virginie Efira) è morta suicida. L’evento metterà a dura prova il personaggio interpretato da Jodie Foster, che, come reazione fisica, comincerà a lacrimare vertiginosamente, senza riuscire a capirne il motivo.
Lilian si rivolgerà ad una sensitiva che farà riemergere un episodio della sua vita passata in cui si vede la psicanalista in atteggiamenti affettuosi/amorosi con la sua paziente. Questa reminiscenza metterà in crisi (ma non troppo) la nostra protagonista e la farà ragionare sui suoi affetti, sull’importanza dell’ascolto empatico che ha con i suoi pazienti e sul rapporto che possiede con il suo ex marito Gabriel, interpretato da Daniel Auteuil, e con suo figlio Julien (Vincent Lacoste).
Il film parte bene, nel senso che i presupposti fanno sì che si tratti di una storia interessante. Peccato che poi, ad un certo punto, si perda nell’etere delle trame e sottotrame e ciò che rimane è un groviglio di situazioni oniriche da una parte e imbarazzanti dall’altra. Sicuramente c’è un richiamo a Roman Polanski per quanto riguarda le atmosfere grigie e opache dell’animo umano e sicuramente si può intravedere un tentativo di avvicinamento a Twin Peaks di David Lynch per quanto concerne le fasi oniriche ed investigative della storia.
Un’altra nota a favore del film è il perfetto francese parlato dalla protagonista, che si cimenta in un ruolo non semplice, con una lingua non sua e senza un velo di trucco. Ciò rende la Foster il più naturale possibile e maggiormente espressiva, con le rughe che le scavano il viso, ma il fascino discreto e sensuale che non le è mai mancato.
Dove sta il problema del film? Sta nella tematica di fondo, troppo distratta dal contesto, troppo farfugliante e vaga. Non arriva mai al punto. Di che cosa vuole parlare? Della inconscia omosessualità della psicanalista? Del suo rapporto con gli affetti? Della mancanza di empatia nei confronti del mondo esterno a sé? Troppi temi condensati rendono il film un po’ banale e facilmente dimenticabile.
Il ritmo è piuttosto lento e a parte qualche scena di spicco, come il bacio appassionato tra la Foster ed Auteuil in ascensore, sono pochi i momenti, per così dire, salienti. Peccato, perché indagare i sentimenti di dubbio dell’animo umano non è mai semplice e, nonostante il cast sia di tutto rispetto, la regista del film non approfondisce mai realmente la drammaticità della faccenda, rendendo così l’opera un ibrido a metà tra la commedia sentimentale e il thriller psicologico.







