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The Running Man: recensione

Non si esce vivi dagli anni ’80. E quando ciò avviene, eccoli pronti a tornare, 40 anni dopo.

Tratto da un romanzo di Stephen King, The Running Man – che conosciamo come L’implacabile (1987) – era infatti un film che dipingeva un futuro distopico in cui la società statunitense, divisa in ricchissimi e poverissimi sacrificabili, riusciva a tenersi in piedi grazie a un sapiente utilizzo della televisione come mezzo di propaganda di massa in cui la violenza spettacolarizzata diventava intrattenimento e distrazione collettiva.

L’opera cinematografica è ricordata oggi sopratutto come un veicolo per il nascente star power di Arnold Schwarzenegger e per l’atmosfera kitsch che rivestiva l’intera operazione, un po’ sempliciotta nella sua caratterizzazione di action anni ’80, ma a modo suo appropriata per l’epoca senza diventare mai memorabile.

Quattro decadi dopo ci si aspetterebbe che le cose siano cambiate, eppure a pensarci bene non è proprio così, mutatis mutandis. Se si pensa alla presidenza Trump, ai suoi valori, allo stato pietoso in cui sono ridotti social e intrattenimento televisivo, dove spettacolarizzazione di violenza e miseria sono all’ordine del giorno, all’aggiunta di reality show malsani, ai sistemi di sorveglianza iper-pervasivi e alla manipolazione dei media tramite AI… beh, possiamo tranquillamente ammettere che quella di The Running Man è una storia che riesce a descrivere, abbondando di paradossalità, una società ancora attuale.

The Running Man: la trama

Ben Richards, il protagonista del film, è un uomo molto arrabbiato: licenziato dal suo ingratissimo lavoro, messo in lista nera per aver aderito a un sindacato dei lavoratori e quindi impossibilitato a trovarne uno nuovo, non sa come racimolare soldi per curare la figlia malata e provvedere alla famiglia. Ben non vive in un posto qualunque ma in una versione degli Stati Uniti distopica, da regime totalitario in cui le persone comuni, ai limiti della miseria, sono manipolata attraverso i mass media.

La sua unica chance sembra essere quella di partecipare a uno dei tanti crudelissimi reality show che sollazzano l’1% ricco della popolazione: tuttavia, con suo sommo dispiacere, grazie alla sua tigna e al suo atletismo viene ingaggiato per The Running Man, trasmissione i cui concorrenti diventano fuggitivi per un mese e devono evitare di essere ucciso da un gruppo di tagliagole.

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Dietro la macchina da presa di questo remake troviamo Edgar Wright, che con la cosiddetta Trilogia del Cornetto, Baby Driver e Scott Pilgrim vs the World si era imposto come ottimo regista d’intrattenimento intelligente ad alto tasso tecnico, maestro del montaggio video e sonoro creativo e della sapiente costruzione dell’inquadratura.

Purtroppo, possiamo anticiparlo sin da subito, è difficile ravvisare la sua mano in questo giocattolone esplosivo, un blockbuster che si concede pochissime pause e che sacrifica spesso e volentieri introspezione e riflessione sull’altare dell’intrattenimento.

Nonostante ciò il film non è certo da buttare e Wright riesce a metterci del suo: il ritmo è elevato, l’azione quasi sempre molto incalzante, lo spettacolo è più che assicurato e la cura registica si nota almeno in un piano di sequenze ben coreografate, così come l’apparato visivo (in primis la scenografia e la tecnologia presente nel film, una sorta di retro-futurismo che ricorda certi film di Verhoeven) è di buon livello e la colonna sonora è particolarmente ficcante.

Come si diceva in apertura, il tema della spettacolarizzazione della violenza – di matrice anni ’80 – viene aggiornato innestando elementi attuali e creando versioni retrò di app, streaming, social. The Running Man non ha grandi ambizioni intellettuali e politiche e la sottigliezza viene sostituita dalla didascalia e dallo strombazzamento, con qualche cedimento strutturale nel finale, quando i nodi del tema rivoluzionario vengono al pettine in un modo sin troppo facile. L’effetto esplosivo, di grande eccitazione, inizia a scemare dopo una prima parte arrembante e neanche l’estrema convinzione di Glen Powell.

L’attore, che ultimamente si è imposto sulla scena con un terzetto di film come The Hitman, Twisters e Tutti tranne te, raccoglie l’eredità di Schwarzenegger, proponendo il ritratto di un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, costantemente incazzato e pronto a esplodere. Powell è autore di una prova esplosiva, più convincente nelle scene d’azione che in quelle drammatiche – per demerito della sceneggiatura, più che suo. È lui quindi il collante di un action-thriller ben confezionato, che in fondo risplende più per la dimensione tecnico-produttiva che per una vera e propria visione registica.

Menzione d’onore per Michael Cera, ormai abbonato al ruolo dello stramboide, che qua veste i panni di un rivoluzionario-cospirazionista di sinistra pronto ad aiutare il nostro eroe, rendendolo un simbolo della resistenza (e qui il discorso politico cede, non avendo fondamenta): la sua è una particina da 10 minuti ma, in un film che comunque può vantare tante battute al fulmicotone e situazioni memorabili, resta quella che rimane più impressa… sarà un bene?

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 11/17/2025
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