Non è facile raccontare Polvo Seràn. Non soltanto perché è un’opera unica nel suo genere, ma anche perché il modo in cui affronta temi come la vita, la morte e l’amore è intenso, travolgente, a tratti controverso – eppure incredibilmente romantico. Ce lo chiediamo spesso cos’è l’amore.
C’è chi vede nell’amore qualcosa di malsano, chi la carezza gentile dei propri genitori. C’è chi vive l’amore con un senso di possesso e di sofferenza, chi prova a riempire vuoti difficilmente colmabili (e sopravvive eternamente insoddisfatto). Eppure qui non è importante chiedersi cosa sia l’amore – o perché si ama così visceralmente.
Quello che conta è vivere, nonostante tutto, anche dopo la morte. Perché la morte è la fine della vita, ma se si vive con amore si può anche imparare ad accettarla. Si piange tanto e si ride anche di più guardando Polvo Seràn: il regista Carlos Marques-Marcet ci accompagna in questo viaggio incredibile alla scoperta della vita – e della morte – con una struttura narrativa simile a quella delle tragedie greche in tre atti.
Perché la morte, quando si ama, non deve spaventare mai. Perché se si ama, in fondo, non si muore mai. E se il cinema vive di questo amore qui è destinato a durare per sempre.







