In questi ultimi anni Napoli è stata al centro di un gran numero di indagini cinematografiche, che ne hanno portato allo scoperto lati inediti, sfumature originali e suggestioni estetiche personali e anche Hey Joe di Claudio Giovannesi, già autore de La paranza dei bambini, fa parte di un filone che propone un’immagine nuova della città.
Anni ’70. Dean Barry, veterano americano malissimo in arnese, a seguito della ricezione tardiva di un telegramma decide di tornare a Napoli per conoscere finalmente suo figlio, avuto da una relazione con una ragazzina mentre si trovava di stanza durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante i 25 anni trascorsi Dean vorrebbe recuperare un legame mai nato, ma non sarà semplice ovviare al tempo perso e alle differenze col figlio.
La sorpresa di questo film, inutile girarci intorno, non sono tanto la forza emotiva di un generoso James Franco, che recita in italiano, il fascino degli scarti fotografici tra le epoche a cura di Daniele Ciprì, il calore e realismo dell’arredamento di Valeria Vecellio e le scenografie di Daniele Frabetti, o la regia di Claudio Giovannesi, che sfugge gomorrismi vari e trova la propria quadra tra il dramma dei sentimenti, il noir e il road movie.
Sorprende invece il ritratto di Napoli, una vera e propria trappola per Dean, il cui cuore viene conquistato da un popolo e una città, e allo stesso tempo respinto dal bieco opportunismo che sembra nascondersi dietro ogni atto di gentilezza. Giovannesi è talmente spietato con Napoli da unire anni ’40 e ’70 tramite il tema della prostituzione delle donne locali.
Quello che poteva essere un semplice e scontato film sul rapporto padre-figlio ci parla invece degli inganni della memoria, dei pericoli della nostalgia e delle illusioni che si celano dietro ogni tentativo di rifarsi una nuova vita. Ma anche, e forse lo fa meglio del celebrato Parthenope, di una terra che accoglie e ferisce, ammalia e disgusta, fertile e sterile, giovane e in disfacimento.










