Ammazzare stanca – Autobiografia di un assassino è un film di Daniele Vicari presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025. A metà tra un crime e un dramma famigliare, il film è tratto dal libro autobiografico del 1992, “Ammazzare stanca”.
L’opera narra le vicende di Antonio Zagari (interpretato da Gabriel Montesi), un ‘ndranghetista alle prese con le dinamiche delinquenziali della propria famiglia emigrata dalla Calabria in Lombardia. A capo di questo clan di mafiosi c’è il padre di Antonio, interpretato da Vinicio Marchioni e lo zio, interpretato da un ottimo Rocco Papaleo, molto verosimile in un ruolo non comico. Accanto a Gabriel Montesi, vediamo Selene Caramazza, nei panni della moglie di Antonio, una ventata di aria fresca all’interno della boschiglia criminale in cui è addentrato il protagonista.
Il film mantiene una tensione abbastanza intensa per tutta la sua durata, il tono è contenuto e un po’ di suspence in più non avrebbe guastato. Ma si sa, il cinema italiano difficilmente è abituato ad “osare”. Forse delle tonalità più cupe e un ritmo più incalzante avrebbero trasformato quest’opera, che comunque vanta un cast sopra la media, in un’opera d’autore come Cristo comanda. La narrazione prosegue lineare, dando risalto a particolari come, per esempio, il fastidio che nutre il protagonista nei confronti del sangue. È talmente forte questo disturbo che quando gli viene offerta della carne rossa sanguinolenta, la rifiuta come un musulmano rifiuterebbe della carne di maiale.
Ma veniamo ai protagonisti del film. Il cast è eccezionale, possiamo aggiungere ai nomi degli attori noti, il giovane Andrea Fuorto, già visto in “Patagonia”, di Andrea Bozzelli. Fuorto ricopre il ruolo del fratello di Antonio e come in Patagonia interpreta un personaggio a tutti gli effetti borderline. Poi c’è Selene Caramazza, la moglie del protagonista: un’ottima compagna di vita per Antonio, soprattutto perché chiude gli occhi davanti agli omicidi efferati e le attività delinquenziali del marito.
Il punto di non ritorno nel film è quando Zagari finisce in prigione di isolamento. In questo frangente si munisce dell’unica compagnia a lui concessa: un quaderno su cui scrivere la propria autobiografia. Ed è da questi appunti che nasce il libro che ad oggi ci è pervenuto. In prigione Antonio ci sta parecchi anni e in questo periodo gli crescono i capelli in stile Uomo di Neanderthal. E non scherzo. Le parrucche utilizzate nel film e i baffi finti sono a dir poco posticci. Ricordano un po’ i capelli di Forrest Gump quando smette di correre la maratona. Ma a Tom Hanks si perdona tutto. Il film termina con un’immagine di speranza, Antonio Zagari morirà nel 2004 e dal 1990 sarà collaboratore di giustizia e grazie alle sue deposizioni del 15 gennaio 1994, vengono condannati quarantadue collaborazionisti mafiosi (tra questi lui stesso).







