C’è un pregiudizio particolarmente infelice nel cinema italiano, ed è quello che riguarda Pierfrancesco Favino. Un attore che indubbiamente lavora più del dovuto, la cui alacrità ne sta seriamente danneggiando l’immagine. Ma mettiamoci nei panni di un regista o di un produttore che, potendo assicurarsi uno dei pochi membri dello star system italiano, rinuncerebbero a un risultato sicuro per scommettere sull’incerto.
D’altro canto, come dare loro torto: Favino non è divenuto presenzialista per caso, o per raccomandazione, ma grazie la sua incredibile e ineguagliata capacità di rendere realistici, vicini e penetranti i personaggi più disparati provenienti da qualsivoglia estrazione sociale, regionale o delle più diverse inclinazioni morali.
Ne è un esempio Il maestro (la seconda regia italiana di Andrea Di Stefano dopo L’ultima notte di Amore) in cui l’attore protagonista dona una grande intensità a un personaggio che altrimenti potrebbe essere fin troppo aderente a una tradizione ben consolidata di commedia amarognola basata sul rapporto maestro-discepolo.
Quello attraversato dal film è infatti un territorio più che collaudato, ripercorso senza particolari forzature o divagazioni, assecondando una struttura piuttosto convenzionale e un arco drammaturgico che si intuisce fin dalle prime sequenze, se si è spettatori un po’ smaliziati (incontro, conflitto, crisi, ricomposizione della strana coppia formata dal piccolo tennista in erba Felice e dal suo maestro, ex promessa Raul Gatti).
Il maestro: la trama
Anni ’80, facciamo la conoscenza del protagonista Raul in una corsia di ospedale, da cui l’acciaccato ma fascinoso personaggio telefona alla redazione di un magazine sportivo per inserire l’annuncio con cui si candida alla figura di allenatore. Un’offerta che incontra perfettamente le esigenze della famiglia di Felice – di estrazione piccolo borghese – e in particolare le pretese del padre, un impiegato che ha riposto tutte le proprie speranze nel figlio, un ragazzino timido cresciuto a pane e un tennis decisamente poco spettacolare e molto funzionale (“un pallettaro”, per chi mastica il gergo).
Maestro e allievo non potrebbero essere più diversi: spavaldo, chiassoso, piacione – almeno apparentemente – il primo, timido, ligio al dovere, remissivo – almeno apparentemente – il secondo. Inizierà così un viaggio per l’Italia, di torneo in torneo, nella speranza di avviare la carriera professionale del ragazzo. Ma non tutto andrà come previsto…
Il maestro: Favino – punto, game, set, match!
Come dicevamo in apertura, Pierfrancesco Favino è attore capace di ribaltare completamente i film cui partecipa. Anche in questo caso, infatti, regala una prova sorprendente per intensità e capacità di inserirsi sempre con cura nelle sequenze, arricchendo quanto espresso da una messa in scena precisa e misurata, che solo di rado si permette svolazzi e sottolineature tecniche (mantenendosi comunque molto al di sopra della media delle commedie del genere – si veda come in apertura imiti benissimo, e un po’ inutilmente, i tipici sorrentinismi).
Il suo protagonista è un uomo devastato, in perenne oscillazione, apparentemente sicuro di sé ma attraversato da una fragilità che affiora a ogni gesto e in ogni increspatura della voce. Favino lavora su microespressioni e cedimenti, modulando spavalderia e vulnerabilità con una naturalezza che rende credibile e vivido un personaggio più complesso di quanto la scrittura dei dialoghi (indubbiamente molto migliori della struttura generale del film) lasci intuire.
È lui a reggere l’intero impianto del film, conferendo profondità a passaggi che altrimenti rischierebbero di scivolare nella routine narrativa. Di più, Favino, come spesso accade in queste situazioni, recita anche la parte del ragazzo, conferendo forza anche a una recitazione che, comprensibilmente, non è priva di pieghe.
Il maestro: il valore della sconfitta
Il maestro, sul fronte del ritmo, sconta un andamento altalenante: efficace e incisivo nel primo atto di presentazione, rallenta sensibilmente nella parte centrale con più di qualche ripetizione, per poi ritrovare slancio nella conclusione, quando vengono al nodo i pettini dei traumi dei due protagonisti.
Peccato per quella scena di ballo un po’ troppo “italiana”, che dovrebbe fungere da momento liberatorio, dalle intenzioni simboliche, e che però risulta goffa e poco integrata nel tessuto emotivo dell’opera.
Pur con i suoi limiti e la sua convenzionalità, il film riesce a veicolare con nitidezza e potenza il suo tema principale, ovvero quello del valore della sconfitta in termini esistenziali, l’impossibilità della vittoria e persino l’inessenzialità della perdita, controintuivamente fondamentale per comprendere il proprio posto nell’ordine delle cose e il valore che hanno le persone che abbiamo scelto per stare al nostro fianco.
Non è certo un’idea rivoluzionaria, anzi è semplice e classica, in linea con l’intero progetto, ma la resa indubbiamente, anche grazie a un buon lavoro sui comprimari del film e l’intera ambientazione anni ’80 – davvero curata e convincente – possiede una forza che continua a risuonare anche dopo l’ultima scena.







