Un film sui sogni che cambiano forma
L’animazione francese andrebbe studiata nelle scuole di cinema. Per la poetica, per la tecnica, ma soprattutto per il modo in cui affronta i temi: con delicatezza, senza paura di parlare ai bambini come si parla agli adulti. Il corsetto ne è la dimostrazione più recente.
Dietro c’è Louis Clichy, uno che l’animazione l’ha vista da dentro in ogni sua forma. Si è fatto le ossa alla Pixar, su WALL-E e Up, poi ha diretto insieme ad Alexandre Astier due film di Asterix in 3D. Con Il corsetto fa il percorso inverso. Torna al disegno a mano, con i fondali dipinti ad acquerello, e firma per la prima volta un film tutto suo. Presentato a Cannes, ha vinto il Premio speciale della giuria nella sezione Un Certain Regard, e ad Annecy si è portato a casa sia il premio della giuria sia quello del pubblico. In Italia è arrivato ad Alice nella Città, che si svolge in parallelo alla Festa del Cinema di Roma.
Siamo negli anni ‘80, in una fattoria della Beauce, isolata da tutto. Christophe ha undici anni e vive con la madre, il fratello e il papà, il suo esempio più grande. Ha un sogno semplice: aiutare il padre in campagna e, soprattutto, guidare il trattore. Ma il suo corpo non è d’accordo. La schiena non lo tiene dritto, Christophe pende e cade. La soluzione è un corsetto correttivo, da portare per anni. Il corsetto non arriva da un’altra storia. Clichy un corsetto l’ha portato davvero, e il film nasce dalla sua infanzia.
A dare la voce originale a Christophe c’è suo figlio, e questo rende il film una storia vera. Non c’è niente di inventato nella fatica di quel bambino, anche se tutto intorno a lui sembra uscito da un acquerello. E in senso letterale, lo è. Le immagini non sono mai complete. Gli acquerelli sfumano sui contorni, non ricalcano i dettagli, lasciano che lo spazio si perda ai margini. A fuoco restano i personaggi.
Gli spazi invece sono sempre enormi, immensi, e non solo all’aperto: anche le stanze di casa sembrano più grandi di chi le abita. Il risultato è un mondo che ricorda le animazioni de Le avventure del piccolo Nicolas o di Ernest e Celestine, e non solo per il tratto. Anche lì il mondo è visto ad altezza di bambino, con tutto quello che un bambino non riesce ancora a capire.
La regia di Clichy non si ripete mai. Ogni inquadratura sembra pensata da zero, e i movimenti di macchina, che in animazione vanno inventati uno per uno, hanno sempre un’idea dietro. Anche la storia segue la stessa logica. Cambia direzione di continuo, inserisce personaggi nuovi, non si siede mai. E soprattutto non ti lascia prevedere le sue mosse. Christophe, costretto a stare lontano dal trattore, scopre l’organo. Impara a suonarlo con il corsetto addosso, che gli tiene la schiena dritta mentre le mani imparano.
Quando, a un certo punto, il corsetto deve finalmente essere tolto, io ho pensato subito: ecco, adesso non saprà più suonare, perché era abituato a farlo così. Il film invece non ci cade. Ed è una scelta che dice tutto. Il corsetto lo ha cambiato, ma quello che Christophe è diventato resta suo. Il talento non apparteneva al corsetto. Il corsetto è stato il passaggio, non la fonte. Anche la musica fa lo stesso percorso. Quando entra in scena l’organo, la musicalità del film cambia completamente. Diventa protagonista, poi torna in secondo piano, ma non sparisce mai. Proprio come il corsetto, che arriva, occupa tutto e poi si fa da parte, ma resta dentro di lui.
C’è una scena che mi è rimasta addosso più di tutte. Padre e figlio sono in macchina. Il padre accende la radio, parte una canzone pop e lui comincia a canticchiarla. Poi si accorge di cosa sta facendo, si vergogna, e spegne. Silenzio. In pochi secondi c’è tutto il loro rapporto. Un padre che è un esempio, ma che non si concede di sembrare debole davanti al figlio. La musica che il padre spegne per pudore è la stessa lingua che Christophe troverà nell’organo. Quello che tra loro non si dice, passa da lì.
Christophe scopre anche l’amore. Comincia a capire cosa significa diventare grande, cosa sono le responsabilità. E soprattutto scopre che i sogni, se li nutri, non sempre restano uguali. A volte cambiano forma. Il bambino che voleva guidare il trattore si ritrova davanti a un organo, e forse il futuro che aveva immaginato non è più l’unico possibile.
Il corsetto è un coming of age che parla ai bambini, ma soprattutto agli adulti. A chi un sogno l’ha avuto da piccolo e poi l’ha visto trasformarsi in qualcos’altro. Non ti dice di continuare a sognare la stessa cosa. Ti dice che va bene se il sogno cambia. A volte quello che ti costringe a stare dritto è proprio quello che ti fa trovare la tua strada.







