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L’isola dei ricordi: recensione

l'isola dei recordi recensione

Film memorabile o da dimenticare? “L’isola dei ricordi”, (titolo originale: “Forgotten Island”) è la new entry di casa DreamWorks, co-diretto dall’autore di quel piccolo gioiello che è “Il gatto con gli stivali 2”. Le premesse per un buon film, dunque, ci sono tutte ma l’avventura sulla fantastica isola di Nakali non riesce ad esserne pienamente all’altezza. Chiariamoci: siamo ben lontani da un disastro, il tema fondante e le sue splendide protagoniste sono più che a fuoco, ma il contesto in cui si ritrovano a vivere la loro avventura a volte fa annacquare i punti di forza del film.

La trama si sviluppa attorno a un cuore vivo, caldo che commuove ed emoziona dall’inizio alla fine: l’amicizia d’infanzia fra Jo e Raissa, due ragazze filippine cresciute insieme con il sogno di trovare la dimenticata isola di Nakali. Si sa, però, che la vita adulta porta a strade diverse, a un futuro in cui Jo e Raissa per la prima volta non saranno più insieme, ed è in questo contesto che le due si ritrovano a vivere un’ultima fantastica avventura, una notte nella loro tanto sognata isola di Nakali, abitata da creature del folklore insulare.

Le due amiche sono esilaranti, la loro dinamica tiene incollato allo schermo e riesce a restituire una genuina e verosimile rappresentazione di un’amicizia così lunga e forte. Jo e Raissa si portano dietro valori e difetti che nel finale del film esplodono, in una risoluzione commovente e fiabesca, a cui contribuisce una forte complementarità delle forze antagoniste.

I problemi del film nascono nel momento in cui si entra nel vivo dell’azione: per riuscire a tornare a casa, Jo e Raissa dovranno essere accompagnate da un gruppo variegato di abitanti dell’isola che non riesce a brillare. Le tappe a volte sembrano superflui, dimenticabili, e i personaggi che li colorano sembrano stati realizzati solo per creare una catena di meme ad hoc per i social. Gag su gag senza lasciare un attimo di respiro, fra scoregge di fiamme e infezioni da tatuaggi, con l’apparente scopo di tenere sempre alta l’attenzione dello spettatore, riempirlo di stimoli.

Purtroppo, questo ritmo frenetico mal si sposa con l’introduzione del film, in cui ci si prende tutto il tempo per raccontare il percorso di amicizia delle due protagoniste, che comunque già riusciva perfettamente a essere divertente e colorato. Per quale motivo non proseguire per questa strada? Anche il climax, perfetto per la natura del film, avrebbe potuto essere ancora più potente se non fosse stato preceduto da un ritmo così difficilmente digestibile.

Per fortuna, a compensare, ci pensa l’animazione: fresca, moderna, perfetto per il tono del film e che richiama a livello stilistico film come “K-Pop Demon Hunters” o “I Mitchell contro le macchine”, con uno splendido mix fra 3D ed effetti 2D. I background sono magnifici e i character design originali e figli di una versione moderna e rivisitata del reale folklore filippino (tranne quando richiamano trend da TikTok), Tutto il film è in linea con la cultura di riferimento e la sua generazione di appartenenza: dalle scelte musicali allo stile registico, il mood del film richiama uno spaccato culturale ben preciso.

Insomma, “L’isola dei ricordi” è un mix di alti e bassi, con due protagoniste che, nonostante tutto, riescono a reggerne l’intera impalcatura, ma che forse avrebbe potuto dare molto di più se avesse preso delle scelte differenti nella sua parte centrale.

Autore

  • Fabio Perrone

    Fabio Perrone nasce in Germania, cresce a Reggio Emilia e vive a Roma: avrà finito di spostarsi verso sud? A sei anni guarda per la prima volta Avatar: The Last Airbender che segna l’inizio della sua ossessione per le serie tv e l’animazione.

     

    Questa fissa lo porta a laurearsi in Arti e Scienze dello spettacolo alla Sapienza, per poi decidere di inseguire il suo sogno di diventare uno sceneggiatore. Frequenta quindi la Scuola Leo Benvenuti e poi il Corso Executive di Scrittura per l’Animazione Internazionale della Civica Luchino Visconti.

     

    Nel suo tempo libero scrive progetti di serie tv e film firmandosi con il cognome di sua madre, Velardi, che lo portano a partecipare a diversi pitch contest in giro per l’Italia.

     

    I suoi padri spirituali sono Lynch, Anno e Scola ed è convinto che, se un giorno riuscisse a scrivere qualcosa di anche vagamente simile alla penna di Phoebe Waller-Bridge potrebbe morire felice.

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Data pubblicazione: 09/24/2026
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