Ci sono almeno due aspetti che potrebbero renderebbero sospettosi nei confronti di un’operazione produttiva come I figli della scimmia, ovvero un paio di marche stilistiche che chi frequenta il cinema italiano di qualità degli ultimi dieci anni riconosce a occhi chiusi: la prima è il formato 4:3 e l’altra è la pellicola con una grana calda e polverosa che ormai Alice Rohrwacher e sodali hanno fatto diventare una lingua franca – così come la luce naturale che entra dalle finestre, per dire. È un vocabolario ormai così frequentato dall’indie italiano (o presunto tale) da essere diventato quasi una marca di autorialità, un bollino applicato a priori.
E in realtà nonostante tutto ciò il film di Tommaso Landucci (una quasi opera prima, visti i trascorsi nel documentario) finisce per essere uno dei film più commoventi viste quest’anno, almeno nel panorama italiana.
Merito principale va alla scrittura del film, opera del regista e di Damiano Femfert, già Premio Solinas nel 2021 e premiata anche nella sezione Orizzonti di Venezia, che può vantare una precisione difficilmente improvvisabile senza un solido lavoro di documentazione alle spalle e che si ravvede nella conoscenza dei tempi reali, delle terapie, delle piccole vittorie e delle grandi sconfitte, negli sguardi stanchi e in generale del linguaggio famigliare usato da una coppia.
La cosa sorprendente, fino a un certo punto se ci guardiamo intorno, è che il film prende il tema della disabilità e della genitorialità e ci costruisce attorno una riflessione – l’ennesima? – sulla crisi del maschio contemporaneo. Perché a tutto gli effetti il vero protagonista del film non è Enrico (Andrea Aggio), il figlio disabile di Dario (Riccardo Scamarcio), ma è il padre.
Dario è un uomo che cerca di fare tutto giusto nella propria vita — cure, presenza, dedizione — cercando di essere anche un figlio e un fratello decenti, ma allo stesso tempo è anche vittima di una profonda insoddisfazione che cerca di sanare instaurando un rapporto ambiguo con il nipote adolescente, in cui vede il figlio “abile” che il suo non potrà mai essere e al quale trasmettere una propria passione che l’altro non potrà coltivare.
Il punto del film, che non fa sconti al personaggio di Scamarcio ma neanche lo condanna, è proprio questo tabù, ovvero la debolezza più comprensibile di un uomo, allo stesso tempo umanissima e disumana, di preferire almeno per un attimo il figlio ideale a quello reale. La sceneggiatura ha il merito di non risolverlo con una redenzione o una scena madre preferendo costruire lentamente un quadro molto accurato – l’ambiente della piccola provincia benestante, i rapporti famigliari e lavorativi insieme molto stretti – all’interno del quale le azioni dei personaggi parlino da sé.
Il secondo premio conquistato a Orizzonti e conferito a Riccardo Scamarcio è effettivamente meritato: l’attore si tira fuori dal ruolo che l’industria italiana gli ha cucito, il duro, lo sbruffone, il carismatico un po’ minaccioso, e costruisce un uomo insicuro che risulta prima amabile, poi debole, infine anche sgradevole (scelta molto lodevole). Nelle scene col figlio, inoltre, recita per due, dovendo reggere il ritmo, riempiendo i silenzi e costruendo un dialogo quando l’altro non può farlo in modo convenzionale.
Una menzione uguale la merita Lidiya Liberman, che con una recitazione dimessa, trattenuta, quasi in sottrazione, porta sulle spalle metà del lavoro. Purtroppo la sua è una prova che nessuna giuria premia mai, perché non è appariscente e spesso è sullo sfondo picchi; così come secondario è il ruolo di Fausto Russo Alesi nel ruolo del fratello, che invece dà letteralmente corpo a un’insoddisfazione e una goffaggine paterna speculare a quella di Scamarcio. Infine,superati tutti i pregiudizi del caso, va riconosciuto che Andrea Aggio recita davvero, tanto che dai racconti della produzione pare aver contribuito alla scrittura delle scene che lo riguardano – come si diceva in apertura è una cosa si percepisce nella specificità di certi dettagli che nessuno sceneggiatore inventerebbe di sana pianta.
La regia di Landucci è spesso funzionale e discreta, scegliendo verosimiglianza, impressione di realtà, prove attoriali come cifre distintive, con occasionali sottolineature sui dettagli e oggetti. Tuttavia non è né neutra né invisibile e uno sguardo personale si avverte preciso, come nei momenti più scopertamente descrittivi e nelle punteggiature degli sparuti campi lunghi che servono a dare ritmo al film. Una regia misurata, quindi, forse la scelta giusta per un tema già emotivamente sovraccarico.
Non tutti i fili sono sviluppati allo stesso modo, restando abbozzati, ma se ciò è un limite è anche il segno di una generosità dei materiali alla base – anche perché il discorso sui sacrifici, sulla fatica quotidiana dell’essere genitori, sulla differenza tra amare e riuscire a essere un buon padre, arriva intatto e potente.
Un piccolo inciso polemico però va fatto per segnalare la presa diretta che rende alcune battute quasi incomprensibili. È chiaramente una conseguenza del realismo complessivo — molte repliche sono “buttate”, veloci, strascinate — ma resta strano non riuscire distinguere le parole pronunciate in un film che crea un modo di parlare molto preciso e realistico.







