Con L’ultima missione – Project Hail Mary, diretto da Phil Lord e Christopher Miller (già responsabili degli ultimi Spider-Man animati), quelli dello Spiderverse), da Hollywood arriva un kolossal di fantascienza che mischia toni e generi senza rinunciare ad essere confortante da guardare.
Un misterioso corpuscolo alieno, battezzato astrofago, minaccia la sopravvivenza del Sole e del pianeta Terra, e l’ultima speranza dell’umanità è una squadra che vada in avanscoperta dell’unica stella che non sta venendo danneggiata dal contatto con gli astrofagi. I governi mondiali si attivano per mettere insieme il team del “Progetto Hail Mary”, e man mano che la storia procede si capirà come il professore di liceo Ryland Grace (Ryan Gosling) sia capitato sull’astronave Mary, sventuratamente l’unico a essersi risvegliato nel corso del viaggio dal sonno spaziale.
Il centro di gravità del film è Ryan Gosling, che ne regge sulle spalle la maggior parte, potendo contare solo sul supporto, comunque notevole, di Sandra Huller (Anatomia di una caduta, La zona d’interesse) e Lionel Boyce (The Bear). La capacità dell’attore di passare agilmente dal registro comico a quello drammatico è un’importante caratteristica per la riuscita del film, ma a differenza di Sandra Bullock in Gravity e di Matt Damon in The Martian, il personaggio di Grace ha la possibilità di fare sfoggio della sua verve comica grazie a Rocky, suo improbabile alleato alieno dal corpo composto da minerali, che nel corso del tempo non solo lo aiuterà a risolvere il mistero degli astrofagi, ma diventerà il suo più fidato amico.
Questo rapporto buffo e fuori dagli achemi è il fulcro della storia, e in questo senso la prova di Gosling è impressionante, dato che ha dovuto recitare le scene con Rocky essenzialmente da solo. La sua capacità di spaziare su più registri e di reggere sulle spalle interi film lo rende simile, per molti versi, a Tom Hanks.
Quasi come per il “grande romanzo americano”, gli Stati Uniti sembrano alla costante ricerca del grande eroe positivo. Prima di Gosling c’era Hanks e prima di Hanks c’era Stewart. Personaggi maschili (eterosessuali e bianchi) non esclusivamente buoni ma che tendono alla bontà e al sacrificio personale in nome del bene comune senza risultare inavvicinabili o pedanti. Gosling in questo riesce molto bene pur avendo un percorso particolare: sex symbol ma benvoluto, non ha ancora mai vinto un Oscar e non sembra affannarsi per ottenerne uno. Non interpreta l’eroe buono ma fesso, né l’antieroe tormentato, sta da qualche parte in mezzo, troppo imbranato per essere tormentato ma troppo smaliziato per essere fesso.
In questo periodo in cui l’America è divisa non solo internamente, ma porta avanti una politica estera caratterizzata da aggressività e imprevedibilità, il film ricorda non solo quanto la solitudine sia letale, ma quanto la collaborazione sia fondamentale ad ogni civiltà per prosperare.
Le immagini e la regia, in classico stile hollywoodiano, sono al servizio della storia, sicuramente senza difetti ma senza nemmeno exploit particolari. È piuttosto la costruzione degli ambienti alieni e spaziali a caratterizzare in maniera più incisiva il film: dagli ambienti della nave spaziale Mary, a quella, oscura e misteriosa, di Rocky.
Nonostante la durata di due ore e quarantacinque minuti e alcuni falsi finali (quei momenti in cui da spettatore si pensa che il film sia finito, invece c’è un’altra scena ancora), il film scorre bene ed è strutturato in maniera interessante, non lineare ma nemmeno troppo complesso da seguire.
È un film narrativamente impeccabile? No, ad esempio nel modo in cui risolve alcune questioni, che, senza fare anticipazioni, può essere considerato “problematico”. Del resto, come si diceva in un altro grande film, nessuno è perfetto.
Gli Usa sembrano dunque voler rilanciare la fantascienza “fuori franchise” con un film conciliante che racconta di come l’eroismo sia insito nelle persone più improbabili, di quanto sia importante seguire una propria missione nella vita e dare il giusto valore all’amicizia, tramite una storia piena di riferimenti biblici (i nomi Grace e Mary) in cui si auspica esplicitamente che Dio, come nella scommessa di Pascal, tanto vale che esista. Auspicando anche che non abbia gettato la spugna.







