C’è un cartello in apertura di Mangia!, di quelli che spesso gli autori inseriscono per settare il tono narrativo e provare a dare allo spettatore un piccolo spunto di riflessione e che in questo caso affonda le sue radici da molto lontano. Le parole le riportiamo integralmente: “Proprio come un fiore sboccia dopo aver sopportato il rigido freddo invernale, un sogno può avverarsi solo se si è preparati a sopportare i tormenti che ne accompagnano la realizzazione a compiere tutti gli sforzi necessari”. Si tratta di una massima attribuita al leader spirituale buddista giapponese Daisaku Ikeda che oltre a racchiudere in sé alcuni dei principi di sacrificio e resilienza di cui il buddhismo si fa portatore, rappresenta pienamente il cuore spirituale e umano di Mangia!.
Perché è proprio di questo che è fatta l’opera prima di Anna Piscopo, di tutti quei tormenti che impediscono di sbocciare, di fiorire, di realizzare un sogno e che la vita ci pone davanti quasi come fossero delle prove obbligatorie che siamo costretti a superare per crescere.
In particolare il sogno di Maria, l’alter-ego scenico a cui Piscopo presta volto e anima nel suo doppio ruolo dietro e davanti la cinepresa, in cerca di un’occasione con cui sbancare nel mondo dello spettacolo e nei cui tormenti si cela qualcosa di molto più grande e profondo.
“Le prove” che la vita opportunamente studiata dal caso simulato dalla sceneggiatura di Piscopo presenta a Maria tra amori strozzati e mai scelti, incontri casuali di gioia sfumata, sfiancanti lavori occasionali e condizionamenti familiari e culturali, infatti, assumono presto le forme buie della solitudine e dell’auto-emarginazione.
Condizioni necessarie a generare una crisi identitaria da manuale che trova nella furia bulimica e nel bisogno incontrollato di affetti, figure di riferimento e approvazione, i sintomi di un disequilibrio esistenziale fatto della stessa sostanza di cui è fatto il grande cinema. Ed è proprio questo ciò che stupisce di Mangia!, il suo status di opera prima rapportato alla maturità di sguardo di Piscopo nell’essere riuscita a realizzarla non soltanto con risorse economiche essenziali e un cast interamente composto da attori non professionisti, ma anche nella libertà e nella purezza artistica con cui è riuscita ad adattare – per non dire espandere – la quasi omonima opera teatrale originaria (di cui è anch’essa autrice) da cui l’esordio cinematografico è tratto.
Il registro scelto da Piscopo, infatti, è quello di una commedia dove la risata scaturisce ora dalla bizzarria degli eventi ritratti, ora dalla carica grottesca e surreale degli agenti scenici di contorno che sembrano provenire da un immaginario condiviso tra David Lynch e la Cinico TV di Ciprì e Maresco.
Ma è nel montaggio e nell’armonia che ne deriva che Mangia! diventa un esordio da segnalare a gran voce – non a caso in shortlist ai David di Donatello nella categoria di Miglior regista esordiente – nel modo in cui Piscopo crea ordine dove altrimenti ci sarebbe dispersione, ampiezza dove l’azione scenica appare statica e soprattutto suggestione nel come riavvolge il corso di certi eventi tra passato e presente sottolineandone la portata emotiva.
Un flusso di coscienza di creatività libera, inviolabile e selvaggia tra gli integralismi di Dogma 95 e il cinema indie statunitense contemporaneo in cui Mangia! naviga a vele spiegate verso una direzione di incertezza voluta da una poetica già ben definita dove ciò che può apparire superficiale e sconclusionato è in realtà espressione narrativa del mondo che lo circonda. Un film a cui è impossibile non voler bene.







