• Home
  • Chi siamo
  • Podcast
    • Episodi
      • Stagione 6
      • Stagione 5
      • Stagione 4
      • Stagione 3
      • Stagione 2
      • Stagione 1
    • Morsi
    • Speciali
  • Recensioni
    • Film
    • Serie tv
  • Rubriche
    • Behind the Scene
    • Editoriali

Il caso 137: recensione

il caso 137 recensione poster

Presentato al Festival di Cannes 2026, Il caso 137 è il perfetto esempio di come si possa prendere un sottogenere estremamente specifico – quello del film politico misto al poliziesco innervato da una robusta dose di indignazione civile – e rivitalizzarlo semplicemente con la dirittura morale, la sapienza della messa in scena e l’urgenza di ciò che si vuole esprimere.

Dopo La notte del 12, in cui Dominik Moll aveva scoperchiato con chirurgica lucidità i meccanismi dell’impunità maschile e le tante forme di corresponsabilità – per omissione, per assuefazione – non soltanto di un sistema investigativo incapace di tutelare le donne, ma anche della stessa società, ora il regista torna su un terreno alquanto simile, per quanto in un certo verso speculare.

Se nel film precedente il problema era l’omicidio irrisolto di una giovane donna e l’incapacità della macchina poliziesca di fare giustizia, qui la polizia è sia soggetto attivo che oggetto dell’indagine. La protagonista Nora Esposito fa infatti parte di un corpo speciale delle forze dell’ordine, la cosiddetta “polizia della polizia” incaricata di indagare su casi di abusi di potere, eservizio gratuito della violenza e così via da parte degli uomini divisa.

Il caso 137 del titolo è una denuncia per violenze durante una manifestazione parigina dei gilet gialli: un ragazzo sarebbe stato ferito senza motivo dagli agenti durante una delle tante proteste che che tra il 2018 e il 2019 hanno sconvolto la Francia con rivendicazioni sempre più pressanti e tenaci. La scelta di usare questo contesto – una stagione di rabbia sociale e di presa di posizione da parte delle periferie e delle campagne, dimenticate dalla politica macroniana – serve anche a mostrare una Francia spaccata soggetta a una tensione reale, con un valore di interrogazione politica, che si esplicita se non proprio nella militanza, almeno nell’invito alla riflessione.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Moll con Gilles Marchand, è infatti estremamente intelligente nel mantenere l’ambiguità dello sguardo non tanto sull’attribuzione delle colpe (il film sa da che parte stare e lo si capisce dalla costruzione progressiva delle prove, dalla logica inesorabile con cui i fatti si accumulano) ma sul proposito di mostrarci l’altro punto di vista. Non si fa nessuno sconto agli agenti accusati, ma li si mostra anche come uomini stanchi, spaventati, convinti – con presunzione o sinceramente – di aver fatto il proprio lavoro in mezzo al caos (addirittura si millanta un’iperbolica “difesa della Repubblica”). Il film li guarda con attenzione, senza indulgenza, ma con la consapevolezza che il loro è in generale un lavoro ingrato.

Ora, la regia fa ampio e sistematico uso di immagini proveniente da mille fonti (di sorveglianza, body cam, smartphone) con tutte le differenze estetiche del caso. Nel 2026 è un po’ difficile mantenere con credibilità l’argomento della disgregazione dello statuto di verità delle immagini ormai moltiplicatesi – che vogliamo dare per assodata, ma indubbiamente questa scelta dona un carattere di grande contemporaneità a un impianto piuttosto classico e rigoroso.

Il film rigetta infatti il commento eccessivo, non ci sono musiche che orientano l’emozione dello spettatore, né primi piani urlati, ma si preferisce la distanza clinica, che a volte sfiora anche l’autocompiacimento austero, ma che di base lascia allo spettatore la libertà di comprendere e sentire ciò che preferisce.

In questo senso Il caso 137 è un film più cerebrale che viscerale, più costruito per essere pensato che per essere vissuto, che però ha una zampata nel finale, quando i riscatta dalla sua stessa freddezza con una forza drammatica quasi inaspettata. Il risultato è molto efficace perché nulla nella messa in scena precedente lo aveva preparato e così dichiara in modo esplicito la tecnica del regista che lavora per sottrazione.

Tutto ciò non sarebbe possibile senza l’interpretazione di Lea Drucker, vera punta di diamante del film, il cui rigore interpretativo rende credibile il ritratto di una persona molto comune. La sua è una performance fatta di dettagli, piccoli gesti, esitazioni, pause e sguardi che rivelano a chi sa guardare ciò che il personaggio non dice mai ad alta voce. Poliziotta odiata dagli altri poliziotti, alla ricerca della verità più per dedizione al lavoro che per vocazione, sballottata da una tempesta di polarizzazione politica che la tocca anche nell’intimo, Nora porta sul proprio corpo questo peso con una stanchezza e insieme una dignità infinite. Nè vittima autocommiserantesi, né eroina Lea Drucker raggiunge le vette di una Isabelle Huppert meno tragica in questa espressione di una quieta rabbia silenziosa.

Il caso 137 forse non è ai livelli di La notte del 12, magari migliore anche per l’ampiezza del tema trattato. Ma la domanda sui rischi che si corrono quando il sistema della giustizia stesso, colpevole, fa di tutto per proteggersi, è affrontata in modo adulto e serio, senza facili semplificazioni.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

    Visualizza tutti gli articoli
Data pubblicazione: 04/09/2026
Articolo precedente
Un anno di scuola: recensione
Articolo successivo
The Dinosaurs: recensione

Cerca anche:

dominik mollfestival di cannesLea Drucker

Ultimi articoli

In_The_Grey_recensione poster

In the Grey: recensione

2 giorni fa
moscerine film festival interviste

Popcorn & Podcast live dal Moscerine Film Festival 2026

3 giorni fa
obsession recensione poster

Obsession: recensione

6 giorni fa
editoriale david di donatello 2026 polemiche

I David di Donatello e la verità che non raccontano

1 settimana fa
illusione recensione poster film

Illusione: recensione

2 settimane fa
yellow letters recensione poster

Yellow Letters: recensione

2 settimane fa
P&P
YouTube
spotify
Facebook
Instagram
TikTok
Letterboxd

© Popcorn & Podcast by HypeCommunications

  • Home
  • Contatti
  • Chi siamo
  • Privacy Policy