Perché molta parte della narrativa – in qualsiasi forma la si voglia considerare – tende a ritornare ossessivamente sul passato biografico degli autori? La risposta è molto semplice: non c’è periodo più interessante della propria esistenza di quello dell’adolescenza, quell’età in cui ogni sensazione è amplificata, ogni passione è totalizzante nonostante si galleggi inermi in un mare in tempesta di confusione nel quale si sprofonda ragazzi per emergerne adulti. Il rischio più grande che si può correre in questi casi è romanticizzare ciò che è stato, ma è proprio questo pericolo che Laura Samani, giunta al secondo lungometraggio, disinnesca abilmente con il suo Un anno di scuola.
Il film, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, dove ha strappato il premio per il miglior attore, prende le mosse dal racconto omonimo di Giani Stuparich, ambientato all’inizio del Novecento. Insieme a Elisa Dondi, co-sceneggiatrice, Samani traspone il tutto in epoca contemporanea, mantenendo la premessa dello scrittore: contesto dell’anno di scuola di Fred, svedese e unica studentessa in una scuola tutta al maschile, saranno gli anni della sua stessa adolescenza, metà degli ’00, il suo stesso liceo, il Dante Alighieri di Trieste, la stessa città, la stessa tipologia di amici.
Una materia autobiografica incandescente, e a forte rischio di compiacimento, che Samani e Dondi riescono a trattare con grande intelligenza e sensibilità. La scelta infatti è quella del mettere in scena un ricordo ancora vivissimo, ma con la distanza di chi ha cicatrizzato gioie e dolori dell’epoca e ora li può guardare relativizzandone la portata, sapendo riconoscere ciò che è rimasto di importante e ciò che è stato trasporto del momento, senza sminuirne il valore.
Una chiave anti-mucciniana (termine privo di polemica) ancor più sorprendente allorché si constati che Un anno di scuola cavalca e abbraccia tutti gli snodi e gli stereotipi dei teen movie scolastici e dei racconti di formazione, senza mai vergognarsene, ma semplicemente facendoli rivivere al massimo delle proprie potenzialità. Non manca niente all’appello: c’è il triangolo sentimentale, l’amicizia fratena, le feste con l’alcol, la gita, il carnevale, le gelosie, i piccoli drammi, le meschinità, l’esaltazione e l’ebrezza e così via.
Fred – Frederika, svedese, 18 anni, arriva a Trieste perché suo padre è stato trasferito per lavoro e si ritrova unica ragazza in una classe di maschi dell’ITIS. Il film inizia platealmente come una commedia scollacciata, ma dalla parte del soggetto desiderato: sguardi lascivi, imbarazzo, battutacce, desiderio, scherzi da caserma inutilmente crudeli. Col piglio di chi viene da un Paese più emancipato, Fred intuisce subito che per farsi strada ed essere accettata come parte del gruppo deve imparare e fare proprie le regole non scritte di quel mondo, maneggiarne il linguaggio, lasciarsi adottare. Non ci sono particolari sottolineature, spiegazioni o commenti, l’interpretazione è lasciata allo spettatore ma la regia è abile a veicolare il senso delle azioni dei protagonisti.
Chi aveva apprezzato Samani con Piccolo corpo – suo folgorante esordio, un quasi fantasy di formazione in cui la giovane Agata attraversava le montagne del Friuli di fine Ottocento per far battezzare il corpo della figlia nata morta – non si senta disorientato: tono, registri e stile sono molto diverso ma al centro delle due opere c’è sempre una giovane donna che compie un viaggio in un mondo maschile, di cui deve per necessità assumere lo sguardo per – a fatica, con perdite – trovarvi il proprio posto.
Se Agata si faceva carico di un sinistro ma commovente peso, Fred attraversa il suo ultimo anno di liceo portando su di sé la condanna di essere desiderata prima che capita, amata prima di essere parte di un gruppo. Insomma, cambia il genere ma la prospettiva – femminile e femminista – proprio no.
Un anno di scuola non si vergogna mai delle sue aspirazioni commerciali, o per meglio dire popolari; è tanto d’autore quanto è godibile, senza che le due cose si sovrappongano o vadano in conflitto. Al giorno d’oggi, in Italia, si tratta forse della forma più rara e acuta di intelligenza cinematografica, quella di chi non ostenta oscurità e la cui semplicità non è affatto pigrizia. Samani esibisce con naturalezza la capacità straordinaria di giocare su due piani contemporaneamente, mostrando la disposizione più rispettosa che una regista possa avere verso il proprio spettatore.
D’altro canto questa ricerca della semplicità apparente la si vede anche nella scommessa del cast. Se i tre ragazzi – Giacomo Covi (premiato a Venezia), Pietro Giustolisi, Samuel Volturno, che sanno tenere la scena con solo qualche sparuto cedimento – erano alla prima esperienza, c’è quindi da lodare il lavoro di casting e di scouting che ha assecondato il naturalismo richiesto da Samani. C’è una sincerità impossibile da replicare nelle loro movenze, nel modo di stare davanti alla camera, che nessun attore potrebbe riprodurre a tavolino.
Discorso a parte quello di Stella Wendick, la giovane svedese non del tutto esordiente di sicuro ma alle prime armi: imparato l’italiano da zero, la sua è una performance di disarmante spontaneità, tanto da saper giocare con sapienza con l’incertezza linguistica e lo sforzo di chi si deve integrare pur senza volersi mai far domare dall’ambiente.
A ospitare il quartetto di protagonisti una Trieste mai filmata così bene grazie alla fotografia luminosa e tiepida di Inès Tabarin, mai così verace linguisticamente per merito di quel miscuglio tra italiano, triestino, sloveno e svedese tipico di una città di confine. A proposito di suoni la colonna sonora curata dal music supervisor Francesco Menegat ripesca molto dell’underground indie-alternative della zona – i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Mellow Mood, The Great Complotto – senza cedere al citazionismo nostalgico ma creando un’impalcatura sonora che aiuta subito a farci capire con che tipo di ragazzi ci stiamo interfacciando.
Infine la vera anima del film probabilmente la si comprende con lo slittamento finale. Laddove in un teen comedy-drama ci sarebbe stata una ricomposizione e un ritorno all’equilibrio, Samani sceglie per Fred la frattura, il distacco, l’accettazione della perdita come figura della maturazione emotiva. La ragazza infatti è messa di fronte alla verità, che nel resto del film era stata velata dai sentimenti di amore e amicizia, di una differenza fondamentale tra il mondo maschile e quello femminile, con tutto il dolore e la rabbia che ciò comporta per il suo percorso esistenziale.
La sua camminata finale a testa alta, un sorriso malinconico tra le labbra, è l’esempio di una quieta constatazione che risuona molto più forte di qualsiasi denuncia scomposta.







