Tra una crisi di mezza età e un divorzio imminente, Alex Nowak (Will Arnett) cerca di dare un senso alla sua vita reinventandosi stand-up comedian. Sua moglie Tess (Laura Dern) invece, ex-nazionale statunitense di pallavolo, fa i conti con i sacrifici fatti in nome della famiglia. Entrambi saranno obbligati a interrogarsi su cosa significhi l’amore e la propria identità.
Il terzo film da regista di Bradley Cooper, È l’ultima battuta? – dal 2 aprile al cinema con Searchlight Pictures – segna un deciso cambio di rotta rispetto alle opere precedenti opponendo all’ambiziosa e ricercata costruzione da kolossal di A Star Is Born e Maestro, uno stile più intimo, introspettivo e naturale che vive di soluzioni semplici e collaudate ma non per questo semplicistiche.
Tanto che si potrebbe perfino considerare, È l’ultima battuta? (Is This Thing On? in v.o. rende meglio), come la sorprendente espressione filmica che testimonia la definitiva maturazione del Cooper-regista.
Non ha bisogno né di un retaggio storico importante né di particolari artifici cromatici con cui sottolinearne la grandezza, È l’ultima battuta?, solo delle emozioni pure, limpide e spontanee che scaturiscono dalla storia vera del cabarettista inglese John Bishop opportunamente adattata – come lo è la cinepresa di Cooper in quelle semi-soggettive spezzate che del “nostro” sono ormai il marchio di fabbrica – al corpo attoriale di un Arnett come non lo si è mai visto nei tanti ruoli comici che lo hanno reso icona (uno su tutti G.O.B. di Arrested Development), ma familiare a chi ha amato Bojack Horseman e Flaked: intenso, profondo e in disequilibrio vitale precario eppure ravvivato di una vena comica che corre sottotraccia per affiorare quando serve tra malinconia e tenerezza.
In quella che appare anche come celebrazione della stand-up comedy come forma d’arte e che come tale possiede anch’essa la carica taumaturgica che permette di elaborare la vita intorno tra lo spettatore che ne fruisce e il performer che si annida dentro al monologo tra risate, rabbia e anche introspezione, È l’ultima battuta? vede Cooper interrogarsi sulla forza del caso e i nuovi inizi, sull’essere morti dentro e sui sottili fili che ci uniscono, sull’amore adulto anche come costruttiva (in)felicità condivisa che può degenerare nell’anaffettività e nel sacrificio e su come a volte serve fare il giro largo e rinascere un po’ per capire davvero chi si ha di fronte.
In fondo dice tutto una linea dialogica che, negli eventi che preparano al climax, il padre Jan (Ciaran Hinds) dice al figlio Alex: “Non ti devi scusare. La vita è quello che ci accade” che del film è un po’ il fragile cuore emotivo. Tutto a volte arriva senza che ce ne rendiamo conto, l’importante è sperare di avere abbastanza tempo per elaborarlo. Un film piccolo, È l’ultima battuta?, quasi sussurrato ma dannatamente autentico nella sua dramedy incisiva ma pungente, che magari qualcuno lo riterrà anche minore e modesto, magari non arriverà a tutti i suoi spettatori, ma che siamo certi saprà affrontare bene la prova del tempo più di tanti titoli celebrati in questa stagione cinematografica.







