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Melancholia: recensione

melancholia recensione poster

Due parole sul regista, Lars Von Trier. Autore danese, caposaldo nella cinematografia nordica e punto di riferimento in Europa e non solo. Artista a tutto tondo, innamorato del cinema, della letteratura, della fotografia e della musica. Cineasta eclettico, maniacale, controverso.

Inizia la sua carriera nel 1967, nel quale esce il suo primo cortometraggio. Dopo quasi 20 anni di soli cortometraggi e primi esperimenti per capire come trasformare le sue idee in cinema, nel ’84 partorisce “L’elemento del crimine“, primo lungometraggio e primo capitolo della “trilogia europea”, seguito da “Epidemic” ed “Europa“, affermandosi in Danimarca e ritagliandosi lo spazio che merita nel continente (Ghezzi ne parlava già come un’epifania nel mondo del cinema).

Nel ’95, insieme al collega Thomas Vinterberg, fonda Dogma ’95. Si tratta di un movimento cinematografico che vuole distaccarsi dai canoni classici hollywoodiani e, dal suo punto di Von Trier, dona piena libertà ai registi.

Dà alla luce film come “Le onde del destino“, “Idioti“, “Dancer in the Dark” e “Dogville” nei quali approfondisce temi come la religione, la dipendenza affettiva, l’ipocrisia borghese, il confronto con la disabilità, l’altruismo, l’annullamento di sé e destruttura la psiche umana, facendo emergere i lati più contraddittori e sinistri della società. Con questi film vince più volte a Cannes e si afferma come un gigante contemporaneo.

Nel 2009 è la volta della “trilogia della depressione”, nel quale Von Trier ci traghetta in un viaggio macabro e angosciante che inizia con “Antichrist” (un tributo ad Andreij Tarkovskij), prosegue con “Melancholia” e finisce con “Nymphomaniac“, suddiviso in due volumi. Questa trilogia è indubbiamente la più cupa e sofferta del regista, visto che la realizza in un momento della sua vita di forte depressione. “La casa di Jack“, uscito nel 2018, è il suo ultimo film fino ad oggi, nient’altro che l’esplorazione sul legame perverso tra arte e violenza.

Melancholia inizia con un misterioso pianeta dallo stesso nome che si sta avvicinando al nostro sistema solare e incombe sulla Terra. Il destino è già scritto e presto ci sarà una collisione tra il nostro pianeta e il pianeta errante.

Il film si divide in due parti: la prima (“Justine”), che si apre con il ricevimento di nozze di Justine. Nonostante l’impegno e gli sforzi della famiglia e del marito, Justine sprofonda in una forma di depressione che la porta a sabotare il proprio matrimonio e ad alienare tutti. Nella seconda parte (“Claire”), ci troviamo nella villa di John, il marito miliardario di Claire, nel quale è andata a vivere anche Justine, ormai incapace di badare a sè stessa. Mentre John è affascinato scientificamente dall’avvicinarsi del pianeta Melancholia, Claire vive nel terrore più totale della fine del mondo.
Con l’avvicinarsi del pianeta, i ruoli si invertono: mentre Claire cede al panico e alla disperazione, Justine, abituata al vuoto e al dolore della propria depressione, trova una strana e lucida calma, accettando l’inevitabile catastrofe con fredda serenità.

Come citato prima, Melancholia è il secondo film della trilogia della depressione. È un film sugli stati d’animo, sul dramma, sulla depressione che può arrivare come un fulmine a ciel sereno e assorbire la linfa vitale degli esseri umani e sfinirli, renderli passivi e inermi a tutto ciò che li circonda. È successo a Justine, a Claire e allo stesso Von Trier. È oggettivo che, attraverso la storia e i suoi personaggi, voglia mettere in scena questo suo malessere e ci riesce magistralmente. Von Trier è in grado di farci empatizzare con Justine, gradualmente percepiamo anche noi la spossatezza, la confusione, lo smarrimento che diventa nauseante, fino a quando si arriva all’annullamento, il ricevimento diventa una gabbia, ogni interazione diventa superflua. Claire inizialmente è energica e attenta, ma con l’avvicinarsi di Melancholia, a poco a poco smette di reagire a qualsiasi stimolo, si spegne.

È un film che guarda alla sofferenza degli uomini, uno sguardo duro e severo che non lascia speranza. È una storia priva di felicità, priva di gioie, ma pregna di tristezza e improntata al declino.

Ci sono moltissimi rimandi a capolavori della pittura, della musica classica e della letteratura: “Ophelia” di Millais, “I cacciatori nella neve” di Bruegel il Vecchio, “Tristano e Isotta” di Richard Wagner, colonna sonora onnipresente nel film e continui rimandi a Shakespeare e Schopenhauer, visto le tematiche trattate e l’attitudine di Justine molto simile a quella di Amleto.
La parola “melancholia” indica originariamente uno stato d’animo triste, essere di umore “nero”.

Il ricevimento diventa una gabbia, sì, come la regia di Von Trier in questo secondo capitolo della trilogia. È evidente come, nella sequenza del ricevimento, la gerarchia sociale è definita rigidamente dalla disposizione dei personaggi attorno ai tavoli: Il datore di lavoro di Justine e suo padre si muovono liberamente occupando sempre la parte centrale dell’inquadratura in modo da padroneggiare lo spazio filmico e vengono inquadrati sempre dal basso verso l’alto. Gli interlocutori invece come Justine, sua madre e tutti gli altri vengono inquadrati dall’alto verso il basso. inoltre Justine viene progressivamente relegata ai bordi dell’inquadratura o isolata sullo sfondo. Quando tenta di sottrarsi al controllo sociale, lo spazio circostante e i personaggi attorno a lei la schiacciano, fanno sì che non possa reagire. La postura curva è un elemento che rafforza questa sua incapacità.

Nella seconda parte invece Justine subisce un cambiamento e la sua postura cambia, non si rifugia più in corridoi e stanze e tende a stare negli spazi aperti. Alla fine, quando Melancholia si schianta rovinosamente sulla Terra, Von Trier decide di fare un’inquadratura statica, coi personaggi al centro e farci attendere insieme a loro la fine di tutto, come per dire “La fine sta arrivando anche per noi e possiamo solo stare a guardare”.

Il cast è eccezionale: Kirsten Dunst, che interpreta Justine, è straordinaria nel ruolo di protagonista. Charlotte Gainsbourg, perfetta nei panni della sorella Claire, la ritroveremo anche in Nymphomaniac. Stellan e Alexander Skarsgard, padre e figlio nello stesso film, un gigante del cinema e uno che ha le carte in regola per diventarlo. Cito anche Charlotte Rampling, Kiefer Sutherland, John Hurt, attori affermati nel panorama cinematografico.

In definitiva, Melancholia non è un film sulla fine del mondo, ma sul mondo visto dalla fine. Un capolavoro che continua a interrogarci sulla fragilità dei legami umani. Lars Von Trier prende la sua depressione e quella di milioni di spettatori e la trasforma in visione dove l’apocalisse non è una minaccia da cui fuggire ma una fredda liberazione.

“Gli artisti devono soffrire, il risultato è migliore” (cit. Lars Von Trier)

Autore

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    Luca Piccione

    Sono Luca, ho 29 anni, mi piace il cinema e naturalmente preferisco Checco Zalone a Tarkovskij

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Data pubblicazione: 11/08/2026
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