Pedro Almodóvar non è di certo un regista che ha bisogno di presentazioni e la sua lunga e affermata carriera sono le fondamenta su cui si basa questo film. Amarga Navidad – in concorso a Cannes per la Palma d’Oro – è un’autentica e lucida autoanalisi di Pedro sul suo percorso artistico: qual può essere il futuro di un regista convinto di aver già realizzato le sue opere migliori?
In questo senso, Amarga Navidad è a tutti gli effetti un film metacinematografico, una scatola pirandelliana, una matrioska in cui non è ben chiaro dove finisca la finzione e dove inizi la verità. Proprio per questo, però, il film risulta essere fin troppo autoreferenziale, in cui, per tutta la visione, lo spettatore non capisce dove si voglia andare a parare. Poi arriva il finale, che in un’unica forte sequenza ne svela il senso profondo, sfuggente fino a quel momento, e se da una parte suscita un senso di soddisfazione, dall’altra non è sufficiente a sostenere un’ora e quaranta di film tendenzialmente debole e non incisivo.
Almodóvar racconta la vita di Elsa, una regista di spot pubblicitari alle prese con il suo primo attacco di panico, nel ponte di Natale del 2004. Ma Elsa non è altro che la protagonista della sceneggiatura che sta scrivendo Ràul Rossetti, affermato regista del 2026 che non realizza più film da diversi anni. Se Elsa è a tutti gli effetti l’alter ego di Ràul, quest’ultimo lo è di Almodóvar stesso, in un gioco di parti e specchi di cui forse solo il regista può godere fino in fondo.
La storia di Elsa è piena di lacune, di difetti che occupano la maggior parte del film, ma allo stesso tempo l’opera si dimostra esserne consapevole: sono infatti proprio quei difetti a essere gli errori che portano Ràul ad affrontare il conflitto più forte della sua vita, quello con la sua assistente storica, Mònica. Raùl – o Pedro? – sembra aver perso la grazia che lo contraddistingueva e, di conseguenza, si chiede se non sia forse meglio vivere di rendita della propria carriera passata.
Almodóvar una risposta sembra darla, ma serviva davvero un film di due ore per arrivarci?
Considerando la struttura e il suo senso ultimo, Amarga Navidad cita in più forme la filmografia stessa del regista. Per questa ragione, la sua visione è sicuramente una chicca imperdibile per i fan più calorosi del percorso artistico di Almodóvar. Anche qui, l’autoconsapevolezza lucidamente spietata sembra essere la chiave di lettura più adatta per giustificare queste citazioni all’interno della narrazione.
Il tono del film sicuramente ne alleggerisce la visione: note di commedia nera aiutano a sopportare la direzione ambigua delle due storie del film. Anche la recitazione, impeccabile come sempre, è di aiuto in questo, riducendo la distanza emotiva che lo spettatore prova nei confronti di questi protagonisti un po’ troppo fantocci. Infine, il reparto musicale, centrale in alcune sequenze, ricorda la maestria di Almodóvar nel raccontare le emozioni e i turbamenti più intimi dei suoi personaggi attraverso la musica.
Insomma, Amarga Navidad è un’opera che va interpretata, capita, ma che nonostante il suo coraggio e la sua onestà, non riesce a essere graffiante come vorrebbe. Dove e come proseguirà la carriera di Almodóvar non è prevedibile, ma ciò che rimane è il suo bisogno profondo di girare storie nuove, più sincere che mai.







