L’isola che non c’è di J.M. Barrie lo conosciamo tutti. È un luogo lontano con fate, sirene, pirati e indiani, e dove i bambini rimangono piccoli per sempre. Ma quel che appare fatato e magico rivela, ben presto, la sua amara verità e il proprio dissidio interiore. Perché uno dei diritti principali dei bambini è quello di crescere e farlo nell’atmosfera migliore.
Ed è proprio quella l’isola di Andrea (interpretato da Andrea Magliucci). Un posto in cui la sua infanzia si è congelata nella conflittuale separazione dei genitori che ora, davanti ad una giudice e due avvocatesse e con le spalle sempre controllate da una psicologa, si contendono l’affidamento del figlio, il loro tempo con lui, ciechi di fronte al crimine che quel tempo gli l’hanno sradicato.
La vicenda si svolge quasi interamente nell’ufficio del giudice che ascolta Guido (Vinicio Marchioni) e Marta (Teresa Saponangelo): alternativamente, insieme, o i due con il figlio Andrea, che mostra una immediata reticenza a quella pantomima, in cui avverte di essere oggetto di un interesse fittizio. Anche perché la polarizzazione sia della narrazione che dello sguardo del regista si concentra quasi esclusivamente sui due ex coniugi, sul loro passato, sui loro traumi e sui loro egocentrismi.
Di Antonio Capuano si avverte la mano smaliziata e il suo sguardo surreale. Molto riusciti infatti gli espedienti-gancio usati per i flashback o per dar vita – non solo parole – ai racconti dei due protagonisti. E anche la sequenza finale con i diversi take girati sovrapposti per comunicare il disorientamento di un finale amaramente tragico.
Ma la peculiarità del concept di L’isola di Andrea, presentato fuori concorso a Venezia 82, viene purtroppo vanificata da tutto un contorno molto discutibile e ignorato da troppi. La fotografia è piatta perché monocorde e raffazzonata, il montaggio totalmente sghembo con primi piani estemporanei che compaiono senza un senso all’interno di movimenti macchina larghi.
Ma ciò che non si mostra colpevolmente all’altezza del film e soprattutto del cinema è la recitazione, sempre pomposa e grottesca, con frasi troppo spesso e colpevolemnte decantate o forzate. Di sicuro non ai livelli di due attori navigati come Marchioni e Saponangelo. Ma soprattutto con un cast di contorno imbarazzante nelle cui parole riusciamo a leggere tutta la punteggiatura della sceneggiatura: i punti, le virgole, i punti esclamativi ma soprattutto quelli interrogativi come nelle peggiori recite scolastiche.
Probabilmente un registro espressamente voluto dal regista che però, più che richiamare l’innocente sguardo di un bambino, non permette mai di empatizzare con i personaggi ed entrare nelle loro vite.







