Forse ce lo siamo dimenticati o preferiamo ignorarlo, ma in Ucraina si combatte ancora. A lottare contro l’oblio Damian Kocur, che affronta di peso il tema adottando una prospettiva indiretta e una premessa intrigante, per quanto gli esiti siano incerti. Roman e Nastia, accompagnati dai figli del primo, Sofia e Fedir, sono in vacanza a Tenerife. Tra piccoli battibecchi e il divertimento generale, per la famiglia arriva l’ora di tornare a casa. Ma in aeroporto ecco la sorpresa: tutti i voli sono stati cancellati dato che Kiev è diventato un campo di battaglia.
Seguiranno alcuni giorni di tensione per i quattro, costretti a prolungare la vacanza in un’atmosfera surreale, spaesati, confusi, preoccupati e rosi dai sensi di colpa. Se Kocur cita Haneke come punto di riferimento (forse Il tempo dei lupi?), il suo film si può ricondurre maggiormente a un Force Majeure di Ostlund senza ironia, o a un quadretto à la Seidl privo di cattiveria.
Dopo un avvio interessante il film infatti galleggia assonnato per poi riprendersi sul finale, ma è proprio con lo spunto iniziale che il regista co-sceneggiatore sembra non riuscire a far molto. I personaggi infatti emergono fin troppo lentamente e non paiono molto a fuoco, così come molte scene girano a vuoto, ed è un peccato perché le riflessioni fatte in realtà non sarebbero neanche peregrine e il ricorso al mare come termometro dello stato emotivo è suggestivo.
Kocur infila sequenze efficaci – alcune eleganti, altre meno – sull’indifferenza del mondo alla tragedia di un popolo, la necessità di andare avanti con la propria vita, l’esistenza di altre tragedie oltre a quella ucraina (si insiste molto sui migranti), il senso di impotenza dei sopravvissuti, il dilemma lacerante tra responsabilità privata e collettiva. Ma un finale più che giusto, che però non sa mai quando staccare al punto giusto, ci dice molto di un film nato da un’urgenza comprensibile che però non è stata raffinata a sufficienza per diventare un oggetto estetico compiuto.







