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Un inverno in Corea: recensione

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Inverno in Corea racconta la storia di Soo-ha, neo laureata in letteratura francocoreana che, dopo l’università nella frenetica Seul, è tornata a Sokcho, il “noioso” paesino di mare, dove è nata, e dove ora lavora in un piccolo albergo a tenuta familiare e prepara il matrimonio con il suo fidanzato modello. Ma le differenze tra i due sono evidenti fin da subito, la profondità e cultura di lei, contrapposte alla vuotezza estetica di lui.

Soo-ha infatti, pur tornata a casa, si sente un pesce fuor d’acqua, come quelli che cucina la madre cuoca: viene chiamata spilungona, criticata perché porta gli occhiali, insomma è fuori dai canoni di una nazione che è tra le più grandi fruitrici e abusatrici della chirurgia estetica.

A questo si aggiungono anche le sue origini francesi, dono di un padre marinaio mai incontrato e che la stessa madre non ha mai cercato dopo aver concepito la figlia. E le sue origini vengono a pescarla – è il caso di dirlo – anche nel suo sperduto paesino, attraverso la figura schiva, irrequieta ma estremamente affascinante di Yan, un famoso disegnatore francese in cerca di ispirazione.

La spasmodica ricerca delle proprie origini francesi di Soo-ha e la fuga dal suo Paese di Yan si intrecciano così in una storia d’amore inconsueta e mai scontata, che divampa seppur senza difficoltà nel gelo invernale.

E niente, il cinema orientale, quello coreano in particolare si conferma l’essenza del cinema. Perché “Inverno in Corea”, diretto da Koya Kamura e tratto dal romanzo “Inverno a Sokcho” (titolo originale anche del film) di Élisa Shua Dusapin aggiunge ai suoi predecessori un’altra pellicola immensa nella sua poeticità e saggia nell’essenzialismo delle immagini.

I due protagonisti poi, Bella Kim e Roschdy Zem calamitano l’attenzione e il cuore degli spettatori che si sublima nella loro intensa prova attoriale.

Se amate la poesia e il romanticismo non banale, questo è il film giusto per accompagnarvi verso il Natale e la rigidità del nostro inverno.

Autore

  • Sirio

    Nato in vitro dall'unione del seme di Edoardo Leo (per la bellezza) e di Martin Scorsese (sempre per somiglianza fisica, non per la bravura), all'età di 11 anni si offre di documentare la Prima Comunione della cugina e scopre solo alla fine che il tasto rec della telecamera non andava tenuto premuto e rilasciato solo alla fine. Risultato? Tutte scene di pavimenti e piedi e l'epifania di essere portato per la regia.

    Lauree, Master, Scuole di Regia, numero indefinito di produzioni, poi spot più seri e poi altri ancora più seri, lavora con Gabriele Muccino (di cui è nominativamente il pezzotto) e con Francesco Bruni.

    Vince 2 Nastri d'Argento (ma lui voleva quelli d'oro e quindi ci rimane male), un premio teatrale e pubblica una raccolta di racconti, prima di collaborare con la redazione cinematografica più figa del Paese.

    Ma tuttora la fatica più grande è quella di convincere la nonna che "sono un Creativo" non è "sono un Cretino" e che è un lavoro.

    Un lavoro vero

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Data pubblicazione: 11/28/2025
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