Il cinema di Bertrand Bonello richiede da sempre un certo approccio intellettuale, nonostante sia in teoria volto, attraverso un gioco finemente cinematografico di gioco con generi, stili e forme, a raccontare sentimenti ed emozioni pure. The Beast è forse l’approdo più popolare di questo modo di intendere la settima arte, ma ciò non vuol dire che il film risulti di facilissima fruizione.
Molto liberamente tratto dal racconto La bestia nella giungla di Henry James, il film è una storia sci-fi le cui vicende si dipanano e si intrecciano in tre momenti storici diversi (1910, 2014 e 2044), ognuno dei quali con un genere e un’atmosfera diversa per l’appunto: melodramma storico, thriller surreale e fantascienza. Lo spunto è semplice: in un futuro in cui le emozioni sono ormai considerate desuete, una donna sceglie di purificare il suo DNA tramite una macchina che la immerge nelle sue vite precedenti, la cui costante principale è l’incontro fatidico con un uomo.
Oltre che con un piccione. Indubbiamente non è facile approcciare il lavoro di Bonello, anche perché nella sua tripartizione e nell’intreccio delle storie l’arrivo a un punto focale – sia tematico, metaforico che emotivo – è abbastanza tardivo. Il regista richiede sia l’attenzione che una certa fede da parte dello spettatore, il quale può aggrapparsi quasi unicamente alle performance di Lea Seydoux e George MacKay, soprattutto durante la parte di melodramma storico un po’ ingessata, per non dire di quella futura, più che interlocutoria.
Ma se ci si lascia andare al gioco dei rimandi, all’indubbia perizia registica, alle tante intuizioni, al mistero sottostante e a un’emozione ingenuamente purissima, se non si prende troppo sul serio il luddismo alla Black Mirror, The Beast è un film che per quanto estenuante – maggiore sintesi avrebbe giovato – riesce a ricompensare lo spettatore più accorto con un finale fieramente disperato e una terza parte decisamente intrigante di altissima ispirazione lynchana.







