Se doveste raccontare la vostra vita per immagini, attraverso gli episodi che vi hanno reso quello che siete oggi, da dove partireste? Agnes, la strampalata protagonista di Sorry, Baby, partirebbe dalla sua casetta tra le foreste del New England, da dove abita dai tempi del college.
Da quel college Agnes non se n’è mai andata, e dopo anni di dottorato e gavetta è diventata la più giovane docente di ruolo della storia della facoltà. Ama il suo lavoro, con il quale riesce tranquillamente a mantenersi, eppure sembra avere un peso che le grava dentro. Non solo perché Lydie, la sua migliore amica non le è più accanto, o perché la notte, in quella casetta in mezzo al nulla si sentono strani rumori.
Per scoprire perché, dopo aver mostrato la sua vita di tutti i giorni durante una visita di Lydie, la storia fa un balzo indietro, a quando era ancora una studentessa, per scoprire cosa è andato storto nella vita della brillante Agnes, per poi raccontarne, anno dopo anno, momenti, più o meno brevi, più o meno incisivi, ma sempre profondamente significativi.
Lontano da stereotipati film drammatici strappalacrime, Eva Victor, regista, sceneggiatrice e protagonista del film, nel suo esordio cinematografico racconta con accortezza e ironia le tracce invisibili ma persistenti che eventi traumatici lasciano dentro chi li subisce.
Lungi dall’essere un manuale di sopravvivenza per anime spezzate, quello che di Sorry, Baby, grazie alla sua scrittura e regia, resta maggiormente impresso sono i personaggi, le esperienze concretissime che li toccano quotidianamente e di cui intravediamo dei frammenti. Perché vale sempre la pena di ricordare che siamo più delle ingiustizie che subiamo o delle disgrazie che ci capitano.
David Foster Wallace, in un meraviglioso discorso ai laureati, disse che “La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è reale e essenziale, nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti noi.” Per chi lo volesse leggere, o rileggere, Questa è l’Acqua è l’ultimo scritto dell’omonima raccolta di David Foster Wallace.
Sorry, Baby, film per descrivere il quale parole come “delicatezza”, “sensibilità”, “minimalismo” si potrebbero sprecare, oltre ad avere l’enorme pregio di mostrare perché adottare un gatto è sempre un’ottima idea (tranquille/i, non gli succede nulla), ha anche la meravigliosa dote di avere il ritmo giusto, perché sa esattamente cosa vuole raccontare.
Un film nel quale sicuramente ritrovare lo spirito dissacrante del cinema americano indie degli anni ’10 del duemila spogliato del cinismo e dell’autocompiacimento di cui spesso risentiva.
Fatevi un favore e andate a vederlo.







