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Resurrection: recensione

resurrection recensione poster

Due lungometraggi alle spalle, due film che hanno provocato un certo clamore grazie al tipico oggetto di culto / feticcio del cinefilo, il pianosequenza, l’appena trentacinquenne Bi Gan approda con Resurrection a un’elegia del cinema che di solito possono e sono soliti permettersi i maestri a fine carriera (come ben sa Damien Chazelle, capitombolato con il passo falso di Babylon – pellicola in un certo senso gemellare a questa dell’autore cinese).

Com’è noto, in una sua tirata auto-ironica Orson Welles ammoniva i cineasti sui rischi derivanti dal lasciar “marinare” troppo a lungo gli occhi nelle opere altrui: nutrirsi di film, in altri termini, violerebbe la verginità dello sguardo dei registi, occupando lo spazio della materia più fertile, la vita. Messo di fronte alla presenza di tanti validi cineasti cinefili a lui contemporanei il grande autore “rinascimentale” ammetteva con candore di incorrere in un paradosso da cui non sapevo come uscire.

Non c’è dunque alcun dubbio, una volta terminati i 160 minuti di Resurrection. Quelli di Bi Gan sono un film e un’idea di cinema che proliferano sulle immagini e che edificano un labirinto i cui passaggi sono composti dai mille rivoli della storia della settima arte. Più che alla visione, il regista premiato a Cannes con il Premio Speciale della Giuria sembra chiamarci alla celebrazione di un rito: il funerale – orazione funebre – interramento del cinema. Infine forse la sua resurrezione, per quanto con un atto di fede cieca degna di un mistico o di un monaco buddhista prossimo all’Illuminazione.

In un futuro prossimo venturo l’umanità ha raggiunto l’immortalità a caro prezzo, ovvero rinunciando a sognare. I sogni infatti sono appannaggio di pochi folli, noti come Deliranti, che pagano questo lusso con la dissoluzione fisica. Un’agente governativa (la sempre meravigliosa Shu Qi, presenza magnetica e madrina del cinema orientale tutto) riesce a scovare uno di loro (Jackson Yee) in una fumeria d’oppio. Dopo una caccia all’uomo e alla sua cattura, rimanendo affascinata dal suicidio glorioso testardo e caparbio, la donna innesta nel corpo del Delirante – al cui interno c’è una proiettore – una pellicola e si immerge nei suoi sogni, che diventano episodi cinematografici che ripercorrono un secolo e passa di storia del cinema: Espressionismo, noir anni Quaranta, gangster movie, vampiri, nuove nouvelle vague e romanticismi vari.

Sarebbe interessante confrontarsi con lo stesso regista, chiedendogli se ha avvertito il controsenso insito nel suo appello alla sua rinascita del cinema, officiato a partire da una premessa da fantascienza distopica che deve tanto a 1984 quanto a Blade Runner. Mentre, con ognuno dei cortometraggi di cui è costituito il film, celebra la capacità di evocare i cinque sensi e dunque le sensazioni dello spettatore, Resurrection infila una dietro l’altra metafore, didascalie e narrazioni che rimangono stazionarie, girano su se stesse e rimangono discorso chiuso in sé, non rappresentando altro se non il piacere di narrare.

Le mille citazioni che costellano il film, però, non sono esibite come marche di certificata cinefilia quanto piuttosto le stigmate di chi, come evidentemente fa Bi Gan, riserva al cinema una parte importante della propria esistenza e della propria ragion d’essere. In effetti la già citata immagine della pellicola cinematografica innestata chirurgicamente nella schiena non ci appare davvero come una metafora spiegata, o un’allegoria didascalica, ma diventa gesto fisico concreto e quasi brutale, cronenberghiano.

Allora Resurrection arriva a essere qualcosa d’altro oltre a una toccante lettera d’amore al cinema travestita da incredibile spettacolo tecnico – non solo pianisequenza, ma anche lavoro sulle superfici riflettenti, le rifrazioni, l’abilità mimetica degli stili citati e l’eleganza della regia sono fuori dal comune – un’elegia sotto la forma di innumerevoli omaggi, dediche, citazioni a Méliès e ai Lumiere, ai cardini dell’Espressionismo come il Caligari, Murnau, o ai mostri sacri come Welles, Vigo e Wong Kar-wai?

Il sospetto è che effettivamente quest’opera poderosa, che dà nuova vita in sala a un sottogenere ormai poco frequentato come quello del film a episodi (e pazienza se non tutti sembrano essere a fuoco allo stesso modo – ognuno avrà i propri preferiti) rimanga appannaggio esclusivo dei cinefili, respingendo in partenza lo spettatore comune al quale poco potrebbe importare di questi ermetici saggi di linguaggio cinematografico in miniatura che comunicano malvolentieri con l’esterno. Il rischio, citando il finale, è che Resurrection possa essere visto come un esercizio museale abitato da fantasmi altrui.

C’è infine una questione teorica e di senso in questo grande capolavoro mancato carico di meraviglia: si può considerare Resurrection un film profondamente conservatore, rivolto con tenerezza e ottusità al passato, in un certo senso liturgico? L’impressione è quella di un film che difende il cinema di celluloide contro il presente digitale, che dispone sul campo di battaglia il sogno artigianale contro l’immortalità tecnologica, che sceglie il corpo che si consuma e muore divorato dal sogno contro quello che sopravvive senza sentire, accettando una trasformazione anche cinica, che si vuole accreditare come forma sacra del passato da proteggere contro la barbarie del presente.

Un’idea in fondo nobile che vale la pena problematizzare, senza accettarla acriticamente: Bi Gan, in un paradosso meraviglioso, ha fatto un film sull’amore per il cinema che ha il coraggio di mettere in scena anche la morte del cinema, nonché della cinefilia. Staremo a vedere se con quella cera sciolta durante il rito funebre sarà possibile plasmare qualcosa di nuovo.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 04/27/2026
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