Poco prima del ritorno dei talebani nel 2021, in Afghanista, Naru (Shahrbanoo Sadat) è l’unica operatrice di riprese di Kabul News, la più importante emittente televisiva della città. Intrappolata in un matrimonio con un uomo infedele, Samir (Masihullah Tajzai), e impossibilitata a divorziare senza perdere il figlio Liam (Liam Hussaini), è convinta che là fuori non esistano “bravi uomini”. Dopo essere stata umiliata dal marito e rimossa dal programma, viene trasferita alla redazione news, dove inizia a lavorare con il veterano Qodrat (Anwar Hashimi). Il loro rapporto la costringe a rimettere in discussione le proprie convinzioni.
Al cinema dal 28 maggio con Be Water Film, No Good Men di Sharhrbanoo Sadat è il terzo capitolo di una pentalogia filmica avviata nel 2016 con Wolf and Sheep e proseguita nel 2019 con The Orphanage – entrambi passati alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes – basata sugli scritti autobiografici dello stesso Hashimi firmatario del soggetto.
Si tratta del film della svolta per la regista iraniana di nascita e residente ad Amburgo, e non soltanto perché titolo di cartello alla Berlinale 76 dove è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione Special Gala lo scorso febbraio come film d’apertura, ma perché un autentico unicum nel panorama cinematografico del Medio Oriente: una rom-com politica ambientata a Kabul. Come tipologia di film e di brillantezza di scrittura, con No Good Men siamo dalle parti di Divine Comedy di Ali Asgari per intenderci; ovvero di un’opera politica dalla critica acuta e corrosiva di matrice autobiografica resa attraverso i toni e i sapori della commedia.
Se quella disegnata da Asgari nella sua Teheran dai colori tenui pastello, però, era una commedia d’equivoci, lo stesso non può dirsi per la terza regia di Sadat che nel bilanciare la storia personale con lo sfondo sociale e politico di una Kabul vibrante, calda come una polveriera e fortemente patriarcale, dissemina il racconto di significanti culturali tra pregiudizi e dati di fatto su di un impianto da commedia romantica. “Ho deciso di fare un film sulle donne che fosse anche una lettera d’amore per gli uomini buoni” dice Sadat nelle note di regia, caratterizzato di atmosfere vivaci ed emotive che di No Good Men sono l’espressione della sua intrinseca bellezza.
In perfetto bilico tra fiaba urbana e dura realtà nelle sue immagini lucide e senza filtri, No Good Men parte come feroce ritratto della condizione della donna in Afghanistan per scoprirsi adorabile rom-com dal sapore melodrammatico su come l’amore puro possa soltanto essere ispirato e pensato da baci sognati e mai dati e sull’eterna importanza dei grandi gesti, specie se tira aria di tempesta.
Un’opera di grande spessore, dolce e ruvida all’occorrenza, che nello strappare sorrisi e anche qualche lacrima diventa testimonianza di una piccola rivoluzione cinematografica di cui non vediamo l’ora di scoprire gli effetti nel mondo.







