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Nino: recensione

nino recensione film poster

Manifestazioni come la Festa del Cinema di Roma servono anche per scoprire giovani talenti quali Pauline Loquès, giovane esordiente francese che dopo alcune prove nella breve durata ha firmato la sua opera prima, Nino, un film all’apparenza semplice, ma di quella semplicità che è proprio solo di chi ha le idee chiare su ciò che vuole raccontare.

Al centro della pellicola infatti, c’è il giovane uomo omonimo, il quale del tutto a sorpresa riceve una diagnosi inaspettata, quella di un tumore alla gola. Disorientato e sopraffatto dalla notizia, prima di iniziare la necessaria terapia Nino ha pochi giorni per mettere ordine tra i propri affari – in primis l’eventualità di diventare padre – e sistemare alcuni capitoli irrisolti della propria vita, riaprendo vecchie relazioni e riallacciandone di nuove, ma soprattutto trovando un nuovo senso nella propria esistenza, dacché si trovava inizialmente in una situazione di stasi e di sotterranea crisi esistenziale.

Attraverso una Parigi grigia e irriconoscibile, che sembra la Oslo della trilogia omonima di Joaquim Trier, si muove il protagonista assoluto della pellicola, un incredibile Théodore Pellerin, che dà prova di un’intensità abnorme sotto la facciata di indifferenza, spaesamento e calma. È un vagabondare quasi senza meta, il suo, che si riflette nella momentanea perdita di ogni punto di riferimento.

Tra i tanti meriti di Pauline Loquès c’è sicuramente la sua sceneggiatura, che riesce a evitare il rischio di un dramma mefitico iniettando momenti di comicità, surreali e assurdi (tutta la vicenda del portinaio, per esempio), pause sentimentali e attimi di pura contemplazione: è un film che riflette sul concetto di vulnerabilità, sulla malattia come occasione per rimettersi in discussione e rinascere, ma anche sull’idea di costruzione del proprio futuro e quanto sia difficile dare forma a una prospettiva esistenziale.

È inevitabile – anche perché la trama lo ricalca da vicino – sentire il peso di un film come Cleo dalle 5 alle 7, di Agnes Varda, ma anche di un film meno noto di François Ozon, ovvero Il tempo che resta. Loquès però si smarca abilmente da questi modelli, con una regia piana, senza troppi artifici, che punta su un ritmo disteso ma non compassato, salti improvvisi, musiche incisive ma non invadenti e soprattutto su delle ottime prove attoriali (non si possono non citare due comparsate importanti come quelle di Jeanne Balibar e Mathieu Amalric).

Nino potrebbe effettivamente non essere un film per tutti a causa del suo essere così sospeso, asciutto, privo di scene madri; ma quello che costruisce è un percorso silenzioso all’interno dell’animo del protagonista, fatto in primis di incontri e di riflessioni, pertanto richiede una certa attenzione da parte dello spettatore e la propensione all’interpretazione personale. La pellicola crea uno spazio emotivo discreto, ma carico di verità, dove ogni personaggio secondario apporta qualcosa al viaggio che Nino fa dentro se stesso.

Si potrebbe certo criticare la struttura a bozzetto, se non fosse che praticamente ogni scena – fatta eccezione per quella della festa forse troppo prolungata – lascia una sensazione ben precisa e lascia intendere a che punto del processo di rinascita si trovi il ragazzo. Il partito preso dell’incompiutezza programmatica, se da una parte può lasciare insoddisfatti perché non ci sono spiegazioni semplici, rese dei conti o morali esplicitate, dall’altra consente di apportare qualcosa di personale e significativo alle immagini create da Loquès. E questo è forse il dono più grande che una regista possa regalare al proprio pubblico.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 10/21/2025
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