Se siete impressionabili alla vista del sangue, questo film non fa per voi. Mani nude, opera seconda del regista Mauro Mancini, racconta una storia di lotta clandestina per la sopravvivenza dalle tinte Noir e che ricorda un po’ Fight Club. Mani Nude arriva alla Festa del Cinema di Roma sconvolgendo tutti per le performance atletiche degli attori nelle scene di lotta, nella prima parte, mentre viene un po’ meno la seconda, che si trasforma in un Buddy Movie senza riuscirci.
Una notte, all’improvviso, il diciottenne Davide (Francesco Gheghi) viene rapito e rinchiuso nella buia cantina di un camion, dove si trova costretto a lottare con uno sconosciuto e a ucciderlo a mani nude. Il suo rapitore, Minuto (Alessandro Gassmann), diventa per lui un padre putativo, lo allena a lottare e lo fa entrare in un circuito di combattimenti clandestini organizzati per appagare la sete di sangue degli spettatori. Solo l’amore, forse, potrà salvarlo.
Ed è proprio l’amore che in questo film fa storcere il naso. Perché se, come dicevamo prima, la parte dedicata alla lotta e alle arti marziali è fatta bene, grazie anche agli interpreti, la parte romantica sembra molto forzata per creare connessione con un pubblico generalista. A mani nude poteva osare di più rimanendo nei canoni dell’action marziale: lo stesso Gassmann risulta sottotono, e poco espressivo, per non parlare del finale telefonato, e intuito già a metà della pellicola.
La regia di Mancini è superlativa, la fotografia aiuta l’immersione in questo incubo umano, ma la sceneggiatura purtroppo dona al film qualche punto in meno. Quindi a Mani Nude è una pellicola che non scava troppo nella psicologia dei personaggi, lavorando di sottrazione, un film che dall’action passa al dramma familiare senza troppe spiegazioni. Un film che poteva essere memorabile ma non ci è riuscito.







