È un film all’insegna dell’economia di mezzi e del motto “less is more”, quello d’esordio per Giuseppe Garau: una sola inquadratura fissa all’interno di una vettura, la scelta della pellicola 16mm, una sola attrice protagonista sempre in scena – Giulia Mazzarino, una durata limitata a una settantina di minuti.
Marcella deve reinventare la propria vita dopo un incidente automobilistico, una separazione, la perdita del lavoro e il tentativo di recupero del rapporto con la figlia. La giovane donna, di un’ingenuità, ottimismo e ostinazione quasi surreali, per sbarcare il lunario acquista un carro attrezzi: il suo carattere docile e gentile la porterà a scontrarsi con il duro mondo della strada, fino all’arrivo di una soluzione inaspettata.
La protagonista è sempre ingabbiata nell’abitacolo del carro attrezzi da un 4:3 claustrofobico che solo parzialmente si apre all’esterno: una scelta che sottolinea l’impasse esistenziale della donna ma che, per precisa scelta, crea parecchi momenti morti in una narrazione fortemente episodica. Se il riferimento potrebbe essere il Locke di Steven Knight, lo sguardo è più quello europeo del Jim Jarmusch di Taxisti di notte. Marcella, anche grazie alla prova di Mazzarino, è un personaggio con suscita subito empatia scontrandosi con una galleria di comprimari spietati, ma cartooneschi quasi à la Wes Anderson.
Al centro del film il tema del lavoro che manca, della performatività della società (“le cose mi vanno molto bene”, ripete Marcella a mo’ di mantra per negare il trauma attraversato) e una generale atmosfera da homo homini lupus. Se non tutto funziona, a partire da uno sviluppo narrativo fragile e dalla diversa forza delle singole sequenze, è innegabile la grande vitalità di un film che, pur presentandosi come un esperimento formale, possiede la capacità di raccontare una spaccato di vita in cui non è difficile immedesimarsi.







