Le Déluge è un film intenso, al punto da sembrare a volte persino troppo. Troppo lento? Silenzioso? Grigio? No, soltanto classico. Quello che si mostra nel secondo film di Gianluca Jodice (che già al suo esordio aveva raccontato un altro immortale controverso, il poeta D’Annunzio) è un cinema antico, quasi teatrale, dove niente è alluso e tutto viene messo in scena, ogni movimento, ogni sussulto o espressione.
Sono 100 minuti esatti, divisi in tre atti, ma che sembrano molti di più. Perché in quell’ora e mezzo e poco più ci si riempie d’angoscia, la stessa provata da Maria Antonietta rinchiusa nella sua prigione non più così dorata, in attesa dell’ormai inevitabile condanna a morte. Non si sorride mai, non c’è alcun colore, neppure una battuta accennata.
È il racconto crudo di una vita che cade a pezzi. E non c’è spazio per i ricordi della bella vita che fu. Quella di Le Déluge non è la Maria Antonietta tanto amata e così spesso vista al cinema, tutta balli, pasticcini e passioni fedifraghe. Il personaggio, l’icona, il simbolo diventa una donna qualsiasi, alle prese con un dolore unico. E si fa sì più cupa, più noiosa forse, ma decisamente più reale.
a cura di Maria Francesca Moro







