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L’anno nuovo che non arriva: recensione

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Parlare di cinema romeno oggi equivale a riflettere su una cinematografia che a partire da Marfa și banii (Stuff and Dough), opera del 2001 firmata da Cristi Puiu, si è imposta rapidamente come una delle nuove ondate più entusiasmanti e innovative del secolo appena iniziato.

A quasi 25 anni di distanza un certo tipo di fare cinema si è ormai storicizzato e sta iniziando a dare segni di comprensibile cedimento, le firme hanno preso direzioni differenti – come sempre accade in questi casi – e cominciano a trovare spazio epigoni e nipotini.

Bogdan Muresanu con L’anno nuovo che non arriva, vincitore della sezione Orizzonti di Venezia 81, produce un’opera prima che si inserisce in pieno in questo filone, rappresentandone una versione commercialmente più appetibile, anche per la sua presentazione da “kolossal d’autore”.

Ambientazione e tema della pellicola è infatti l’ossessione della cinematografia romena, ovvero il regime comunista di Ceausescu e lo stato di sorveglianza poliziesca onnipresente, con una dimensione corale del film relativamente inedita, all’interno del filone.

L’anno nuovo che non arriva: la trama

L’anno nuovo che non arriva affronta infatti gli ultimi giorni della dittatura del 1989 impostando una struttura a incastro all’interno della quale si incrociano le vicende dei 6 personaggi principali, con vicende che scivolano dal drammatico all’assurdo, passando per la farsa e terminando nella tragedia, per poi convergere in un finale incalzante e in crescendo dominato e ritmato dal classico Bolero di Ravel.

Mentre l’esercito reprime nella violenza la rivolta a Timișoara, sei persone finiscano nei guai senza rendersene conto: un regista televisivo deve trovare un modo per salvare il suo show di Capodanno dopo che l’attrice principale è fuggita, ingaggiando un’attrice teatrale in crisi e rivoluzionaria; il figlio del regista, uno studente, pianifica la fuga attraversando il confine; alle sue calcagna un ufficiale della polizia segreta che sta cercando di trasferire la madre a un nuovo appartamento che lei odia; a seguire le operazioni un operaio che va nel panico dopo che il figlio scrive una lettera “sovversiva” a Babbo Natale.

Le vicende, come si nota, sono tante, ma la durata del film – due ore e venti minuti – dovrebbe essere sufficiente a coprirle; e se non si ha la sensazione che il racconto si affretti, nondimeno non tutte hanno la stessa portata e ricevono la medesima attenzione. Per esempio l’intera sequenza del ragazzo fuggitivo sa molto di riempitivo dimostrativo della ferocia fisica della polizia, una concessione al dramma puro e semplice piuttosto canonico.

L’anno nuovo che non arriva: una sinfonia popolare canonica ma coinvolgente

In questa sinfonia popolare, poi, non sempre il montaggio riesce a tenere insieme efficacemente momenti di dramma serio e altri più farseschi, mentre la commistione interna – tipica del cinema romeno – risulta molto più efficace. Si avverte anche una certa fatica nell’incipit, dovendo presentare sei diversi personaggi con le proprie specificità, anche perché il contesto storico viene dato per presupposto, persino quando si avverte un certo didascalismo nei dialoghi.

Formalmente Mureșanu segue la tendenza piuttosto moderna di alternare materiali d’archivio, sequenze ricreate, formato in 4:3 e una fotografia all’occorrenza marroncina, facile corrispettivo dell’umore politico dell’epoca. Insomma, il regista non inventa niente nel sottogenere del dramma storico ma fa il proprio dovere nella ricostruzione di un’atmosfera che, almeno ai conterranei, ha il sapore della riesumazione di frammenti perduti della memoria collettiva nazionale.

L’anno nuovo che non arriva, per quanto sia un’opera imperfetta e non all’altezza dei suoi modelli di riferimento, può vantare una buona scrittura, capace di toccare tutti i diversi aspetti del regime (sorveglianza, propaganda, colonizzazione delle coscienze, delazione), e un ensemble attoriale di buon livello – per quanto nessuno si stagli realmente sugli altri.

Nonostante non si tratti certo di un film sperimentale la frammentarietà data dal montaggio produce attriti e tensioni fra le sequenze, alternando disperazione e ironia, sorriso amaro e commozione. Fino ad arrivare a quel finale – vero apice del film – in cui la fatica avvertita in precedenza si scioglie in un momento di rilascio della tensione pienamente soddisfacente, impreziosito anche dal potente commento sonoro del Bolero.

Insomma, lontano dal capolavoro, a patto di disporre di una certa dose di pazienza e di una minima conoscenza pregressa della storia romena, L’anno nuovo che non arriva risulta un film coinvolgente e un buon compromesso popolare rispetto all’elitismo del nuovo cinema romeno.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 12/05/2025
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