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Grand Tour: recensione

grand tour film

Quello di Miguel Gomes è un cinema della fuga, della diversione, dello scarto rispetto alla narrazione tradizionale, che può esplicarsi tanto nel racconto del quotidiano (il meraviglioso trittico de Le mille e una notte), tanto nel diario di viaggio (il suo capolavoro Tabu). La sua ultima fatica, Grand Tour, è stata presenta al Festival di Cannes, dove è stata insignita del Prix de la mise en scène, il premio per la miglior regia.

Girato in 16mm in alcuni teatri di posa, tra cui anche l’Italia, e poi montato insieme a riprese documentaristiche effettuate da Gomes nel sud-est asiatico, il film è ambientato all’inizio del secolo, nel 1917, e vede Edward, funzionario britannico di stanza in Birmania, iniziare una lunga e tortuosa fuga dalla sua promessa sposa Molly, decisa riacciuffarlo per sposarlo. Le due parti del film vedono i due sposi mancati rincorrersi nelle stesse location a distanza di pochi giorni, in una sorta di grand tour dell’Oriente.

Come si può intuire la trama del film è minimale, quando il racconto invece vive di singole immagini e di singole scene, alcune delle quali anche stupefacenti, che ci ricordano un po’ la stessa meraviglia con cui il primo pubblico cinematografico ammirava su grande schermo i reportage di viaggio provenienti da tutto il mondo (quando ancora esistevano terre incognite).

Al netto di un ritmo non irresistibile, anche sonnambolico, e di una direzione talvolta incerta del flusso, è veramente difficile non ammirare la commistione registica di Gomes, che unisce passato e presente, bianco e nero e colori, immaginario colonialista e sua critica beffarda, orientalismo, senso dell’avventura, ironia sottile e nostalgia per un’epoca ingenua ma più aperta alle influenze dell’esterno.

La grande eleganza e raffinatezza dell’operazione si scontra con la sua inconsistenza e come non mai sta allo spettatore decidere se ci si vuole abbandonare a un gioco forse vacuo ma di grande suggestione. Giova al godimento del film essere armati di tanta pazienza.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 12/15/2024
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