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Gioia mia: recensione

gioia mia recensione e poster

Opera prima di Margherita Spampinato, presentata in concorso ad Alice nella città nella sezione Panorama Italia, dopo aver conquistato il Premio Speciale della Giuria – Ciné+ e il Pardo per la migliore interpretazione ad Aurora Quattrocchi al 78° Festival di Locarno.

I protagonisti sono Marco Fiore, nei panni del piccolo Nino, e Aurora Quattrocchi, che interpreta la zia anziana. Nino è un bambino immerso nella cultura digitale, sempre con lo sguardo sullo schermo e mai sul mondo che lo circonda. Viene spedito dai genitori a trascorrere l’estate in Sicilia, ospite di una zia che non conosce e che non comprende. Lei, donna d’altri tempi, vive in una casa antica, dalle tende ricamate e dai silenzi pieni di memoria. Tra smartphone, litigi e regole rigide, si consuma un incontro-scontro generazionale che profuma di legno antico e polvere del tempo.

Ma è proprio in questo contrasto che il film trova la sua forza. La regia di Spampinato è delicata e attenta, capace di trasformare ogni ambiente in un luogo vivo. La scenografia e la fotografia sono dotate di una sensibilità rara: i colori caldi, le luci morbide, i dettagli delle stanze raccontano più di mille parole. Ti ritrovi lì, in quella casa, a sentire il cigolio del legno, il profumo delle sarde a beccafico, il tempo che scorre lento come le estati dell’infanzia. Sembra di rivivere quelle estati dai nonni, quando non consapevole di cosa sarebbero stati i social un giorno, scendevi in piazzetta a giocare.

Il messaggio di Margherita Spampinato è potente e universale: le emozioni non hanno età. Margherita ci mostra come, al di là delle differenze culturali e tecnologiche, ciò che ci lega davvero sono i sentimenti. Il dolore di un amore perduto, la nostalgia, la voglia di essere capiti… sono esperienze che ci accomunano, a qualsiasi età.

Tuttavia, una criticità – secondo me – è proprio nel modo in cui il film rappresenta le nuove generazioni. Si rischia di cadere nello stereotipo del “ragazzo che non gioca più”, “sempre attaccato al cellulare”, senza considerare che anche lì, nel digitale, possono esistere forme di incontro, di gioco, di relazione.

Il film prende una posizione netta e giudicante, senza lasciare spazio a una visione più sfumata o inclusiva del mondo digitale. È una scelta narrativa precisa, ma forse un po’ rigida, che potrebbe lasciare fuori una parte importante della realtà dei ragazzi di oggi.

Autore

  • Chiara Torella

    Rinominata l’ Elfo (e spero non per l’altezza…) dalla redazione, se c’è un evento, quasi sicuramente puoi trovarmi sotto cassa o con un microfono in mano ad animare la serata. Una frase per descrivermi? Mai ferma, ma sempre nel chilling (contraddizioni? Forse. Ma è il bello del mio caos). Vivo in costante movimento tra il sociale, la radio e il cinema, sempre alla ricerca di nuove storie da raccontare o critiche da scrivere. Nel tempo che mi rimane, ho infilato una laurea magistrale in Organizzazione e Marketing alla Sapienza, che mi ha formato nel mondo della comunicazione. Nel lontano 2022, un tirocinio con il C.C.O. Mario Mieli mi ha aperto le porte della redazione di P&P, dove ho potuto dare forma ai miei pensieri e idee. Tra contenuti, recensioni, strategie e… infiniti tentativi per registrare un reel, la mia personalità continua a prendere forma. Le cuffie? Sempre al collo. Il caos? Sempre in testa. Seria? Mai.

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Data pubblicazione: 10/19/2025
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