Vincenzo Alfieri presenta in concorso nella sezione Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma il suo ultimo film 40 secondi, che racconta con straordinaria efficacia le drammatiche ventiquattro ore che precedono l’omicidio del ventunenne Willy Monteiro Duarte, ucciso 5 anni fa a Colleferro.
Il regista porta sullo schermo un racconto straziante, crudo e autentico, sostenuto da un cast perfettamente calibrato, scelto attraverso un lungo lavoro di street casting. Tra i volti principali: Francesco Di Leva, Sergio Rubini, Francesco Gheghi e Maurizio Lombardi.
Il film è diviso in episodi – uno per ogni personaggio coinvolto nella vicenda – e questa scelta narrativa funziona benissimo.
Non annoia mai, grazie a un montaggio serrato e frenetico, capace di alternare momenti di tensione a pause cariche di verità. La sceneggiatura, lodevole per misura e rispetto, restituisce una complessità emotiva rara in un film italiano che affronta un fatto di cronaca tanto delicato.
La fotografia, curata e precisa, è cupa ma mai eccessiva, e dona al film un realismo sorprendente. Spesso sembra di guardare un documentario, grazie all’uso della macchina a spalla e dei piani sequenza, che ti trascinano dentro la storia senza mai forzarti la mano.
Alfieri dimostra di essere in pieno possesso della tecnica cinematografica: sceglie ottiche strette e punti di vista inconsueti, costruendo un linguaggio visivo potente, coerente e rispettoso. Ogni inquadratura respira, osserva, non giudica — e proprio per questo colpisce più forte.
Ed è grazie a queste premesse che 40 secondi racconta con lucidità uno spaccato inedito di provincia, fatto di piccoli criminali e giovani sbandati, ragazzi senza orizzonte, senza sogni. Il film indaga una società che vive ai margini, dove la violenza nasce spesso dalla noia e dal vuoto.
Emblematica la scena della capra picchiata a morte: un gesto assurdo che racchiude il senso del film — la brutalità che può esplodere quando l’umanità si spegne.
Come detto precedentemente il cast è perfetto, da Francesco Gheghi che dà prova di essere un camaleonte interpretativo, che riesce a fare suo ogni personaggio, fino a Giordano Giansanti e Luca Petrini, che interpretano i fratelli Marco e Gabriele BIanchi, gli assassini di Willy. Volti particolari, brutti, crudi, che fanno paura. Ma la vera scoperta del film è proprio Justin De Vivo, nei panni di Willy. È un’illuminazione, ha un sorriso devastante, una purezza disarmante.
Alfieri racconta quel ragazzo di ventun anni pieno di sogni, di vita, di gentilezza: la luce in mezzo all’oscurità. Il suo destino è raccontato senza retorica, con la sobrietà di chi vuole testimoniare, non spettacolarizzare. Probabilmente, 40 secondi è il miglior titolo italiano di questa ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma.
Un film necessario, perfetto nella sua misura, che ci ricorda quanto il cinema possa ancora guardare la realtà con rispetto, dolore e verità. È un film che non si dimentica, un’opera piccola solo nelle dimensioni, ma enorme nel cuore e nella precisione del suo sguardo.
Tratto dal romanzo d’inchiesta di Federica Angeli e distribuito da Eagle Pictures, 40 secondi uscirà nelle sale italiane il 19 novembre, dopo un percorso nelle scuole.







